zingaro bastardo

….Aion Teleos….. dice: (11.57.02)
ti avrei dato dello zingaro bastardo anche se tu mi avessi dato soldi
Gianvito dice: (11.57.25)
ti avrei dato soldi per darmi dello zingaro bastardo
….Aion Teleos….. dice: (11.58.25)
e io li avrei rifiutati perchè non accetto soldi per fare quello che mi piace
….Aion Teleos….. dice: (11.58.25)
come insultare la gente

La laurea al sud

Esame fra tre giorni.
E oggi mentre mangiavo le pizzette per strada e guardavo la cassa di acqua Lilia poggiata in terra, pensavo alla laurea al sud, ripensavo al discorso avuto con paulfish a Las Vegas, e a quanto importa al sud della laurea.
Al nord è un po’ diverso, mi spiegavano, capita anche di essere disprezzato perchè invece di lavorare ti stai facendo mantenere dai genitori.
Al sud i genitori ti manterrebbero una vita, basta che ti laurei.
Puoi tornare a che ora vuoi, basta che ti laurei.
Te lo compro, basta che ti laurei.
Una specie di totem inculcato nella testa di genitori e nonni, vedono la realizzazione della loro vita nella tua laurea, e non è una questione di soldi che poi trovi lavoro, è una questione religiosa, il grande Dio dell’università, quello che “ti fa andare bene” gli esami.
Giù al sud ti relazionerai con tre categorie di persone.
Prima categoria: la famiglia.
Per i tuoi parenti sei una scommessa: c’è chi dice che ce la farai, chi dice che non ce la farai, e aspettano gli anni per vedere se hanno ragione; saputo l’esito, finiscono a parlare di altro, tipo del tuo lavoro.
Alla suddetta categoria appartengono spesso anche gli amici dei tuoi genitori.
Seconda categoria: persone che hanno una vita.
A quelli che hanno una vita fondamentalmente non interessa se tu abbia o meno una vita, perché hanno già una vita a cui pensare, la loro; può interessare dei loro figli, dei loro nipoti, ma non di te.
Il fatto che abbiano una vita significa che sono abbastanza intelligenti da capire che non è in base ad un titolo di studio o a un lavoro che puoi stabilire quanto stimare una persona, che dovresti conoscerla un po’ meglio per elargire giudizi.
Terza categoria: i falliti.
Mal comune, mezzo gaudio, loro non hanno una vita e, in fondo, non gli piace l’idea di non averla, ma gli piacerebbe l’idea che tu fallisca, e godono ad ogni tuo tentennamento nella strada verso qualcosa che, loro sperano, non raggiungerai mai, che se fallisci pure tu forse significa che non sei così tanto meglio di loro.
Penso sia estremamente difficile stabilire se una persona valga o meno, perché ogni individuo è colorato di diverse sfumature, non è solo bianco o nero, forse per questo una porzione del genere umano ha deciso di stabilire un traguardo che, se lo passi, per loro sei buono.
Anche se sotto sotto invidiano chi ha tanti soldi, dicono di stimare chi ha la laurea.
Non ho capito bene il motivo: forse perché i loro figli, nonostante ci mettano tutto l’impegno di questo mondo, non è detto che riescano a fare tanti soldi, ma è sicuro che se studiano prendono la laurea. O forse perché quella gente che ha tanti soldi non la vogliono stimare, e di conseguenza escludono il denaro come metro di giudizio.
Puoi fare cinquantamila euro al mese, ma loro continueranno a chiederti se ti sei laureato.
Dicono che se non sei laureato sei nessuno, anche se non hanno mai messo piede in un ateneo, anche se non hanno la minima idea di cosa sia un ateneo, cercando di stabilire conversazioni accademiche quantificando il tuo valore con la domanda “Quanti esami ti mancano”.
Ne devo prendere atto: è maledettamente vero, non ti considerano, non ti stimano, sei nessuno: per un motivo o per un altro, la gente la pensa così.
Quindi consiglio vivamente di investire la propria vita per conseguire una laurea, anche al costo di mettere da parte i propri sogni, se la tua felicità dipende dalla stima che ha la gente di te.
Poi mentre salivo le scale di casa ho pensato un’altra cosa, che non c’entra niente con questo discorso, ma non la posso scrivere.
Torno a studiare.

La cosa bella

La cosa bella quando torni da una partita estenuante di calcio a 8 è mettere a bollire l’acqua, fare quattro serie di panca piana, una doccia, e dopo un quarto d’ora tornare in cucina, aprire la tua dispensa e notare con piacevole stupore che si, il riso c’è, l’avevi comprato.

La spinta giusta

Penso sia nella nostra indole incolpare qualcosa, o qualcuno, quando le cose vanno male.
Penso sia nella nostra indole perdere tempo.

Non mi chiedo mai se ho fatto la cosa giusta: ne sono sicuro, io ho fatto la cosa giusta, e se le cose a volte vanno male è solo sfiga, fa parte della vita, è quel briciolo di spazio dove la felicità indietreggia per prendere la rincorsa, dove la vita si abbassa fino a toccare il fondo, per darsi la spinta giusta.

Berlusconi

Non scrivo mai di politica perchè, onestamente, mi interessa più superare qualche esame, fare tanti soldi e trovare l’anima gemella.
Mi interessa tutto ciò che riguarda me più di ciò che riguarda Berlusconi, anche se indirettamente (ma neanche tanto) ciò che riguarda Berlusconi finisce per coinvolgere anche me.
Compatisco le persone che appaiono arrabbiate e furibonde quando in molti gesti tentano di rappresentare il disprezzo nei confronti di certi politici, quando la maggior parte delle volte il disprezzo non vuole essere mirato a una cattiva condotta politica, ma strumentalizzato contro un certo ideale rappresentato da quel politico: molti sputtanano Berlusconi per sputtanare la destra (vorrebbero poi sentirsi dire “Avevi ragione, la cosa giusta è la sinistra!”), e se fosse stato di sinistra sono abbastanza convinto che la maggior parte delle persone che sputtana Berlusconi ora, in quel caso lo difenderebbe, e la maggior parte delle persone che difende Berlusconi ora, beh, ci siamo capiti.
E le stesse persone diventano allo stesso tempo ridicole quando nei loro discorsi fanno apparire la politica come qualcosa di fondamentale e prioritario, e dopo aver condiviso su facebook il video choc che ci fa capire che siamo sotto una dittatura, acquistano “spranga” in “Guerra di Bande”, come diceva un mio amico, poi la sera escono, si ubriacano, si fanno le foto, si sparano sempre gli stessi primi piani con gli amici dei quali poi parlano male, condividono virtualmente messaggi del tipo “Un’altra serata folle! Siamo troppo pazzi!” per far capire quanto è figa la loro vita e poi ricaricano la loro autostima comunicando sdegno culturale verso il presidente del consiglio.
Siete una massa di coglioni.
Ma veniamo a noi.
Dopo tutti questi anni di mini-deliri comincio ad intravedere il tramonto: si è messo contro politici, magistratura e media, con riforme elettorali, giudiziarie e leggi bavaglio.
Sostanzialmente il potere è la legge alle quali il popolo deve sottostare.
Tre voci realizzano un sistema.
I politici possono proporre una legge.
La magistratura può esercitarla.
I mass media possono convincere l’opinione pubblica, possono far eleggere i politici, o farli passare per imbecilli, o mettere in cattiva luce qualsiasi organo giudiziario.
Quindi, se già di per se è controproducente mettersi contro la magistratura (che tanto alla fine solo tu proponi le leggi, loro possono rifiutarsi di esercitarla una volta, due, tre, ma se tu continui a proporre le stesse cose ad oltranza prima o poi queste verranno attuate da qualcuno che riesci a corrompere), mettersi contro anche i mezzi di comunicazione di massa, tentando di imbavagliarli, non mi sembra una mossa geniale.
Quando Berlusconi dirà “Viva l’Italia”, i giornali cominceranno a scrivere “Italia merda”.
Questo è il potere dei media.
Di questo passo, guerra civile o no, chi è contro i media finirà per avere contro il popolo, e governare chi ti odia non è la vita ideale, neanche per chi ama farsi odiare, che alla fine finisci come Ceaucescu e la moglie.
Voglio dire che il potere è e sarà sempre nei mezzi di comunicazione, perchè in una crisi economica il governo cade solo se non mangiano i media, perchè l’umanità sarebbe abbastanza stupida da credere di essere sazia, di stare bene, se dalla mattina alla sera leggesse sui giornali che sta bene, sentisse in TV che sta bene, vedesse in TV gente che sta bene, alla fine se ne convincerebbe. E si sentirebbe bene.
Così come quando sogni e provi le stesse sensazioni come se le stessi vivendo.
Quindi, o Berlusconi è talmente stupido da mettersi contro i mass media, o Berlusconi è talmente intelligente da possedere già i mass media, dai quali si fa criticare per sua volontà, sui suoi giornali, sulle sue televisioni, così che noi crediamo a quell’informazione indipendente che dipende da lui, e questo è tutto un teatrino.
E l’ipnosi io l’immagino un po’ come quelle frasi che ti entrano in testa fin da quando sei piccolo, e ti rincoglioniscono, e non ti chiedi neanche più cosa significhino perchè tre o quattro parole messe in fila e sentite ogni giorno diventano un suono come una porta che sbatte, una televisione che si accende, “Questa sera, alle 20.30, su Canale 5.”.

Svegliatevi.

Ogni persona al mondo

Ogni persona al mondo dotata di udito dovrebbe aver sentito almeno una volta la canzone di Fabri Fibra “Mr. Simpatia”, e dovrebbe aver notato che l’intero testo è fatto di due strofe lunghissime, ma tutte rimate alla perfezione prima con “zione” e poi con “arci”, un capolavoro della tecnica, del genio umano.

Un giorno avrai bisogno di stabilità

Ero afflitto principalmente da un problema: non sapevo cosa fare della mia vita.
I più si lamentano di non riuscire a raggiungere una meta, il mio problema è stato sempre definirne una, e nel mentre gli altri affannavano a dirigersi verso le loro destinazioni piangendosi addosso quando non vi riuscivano, io correvo qua e là, avanti e dietro, per il gusto di muovermi, e di tanto in tanto mi rotolavo sull’asfalto come se stessi andando a fuoco.
Trascorreva la fine di luglio e l’inizio dell’estate nella mia camera universitaria, ancora una volta ridotto a speculare sugli ultimi granelli della clessidra accademica durante i quali tentavo invano di riscattare il risultato di sporadici studi.
Come sempre, ma forse quell’anno un po’ di più, non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.
Capivo allo stesso tempo di esserlo, ormai. Capisci di essere grande quando realizzi che certe cose che hai addosso te le porterai dietro per sempre, come le cicatrici che hanno smesso di rimarginarsi, quando ormai è troppo tardi per crescere o per guarire, e certi massi ti pesano perchè vorresti lasciarli per strada, sbarazzartene, nasconderli, come tutte le cose stupide che hai fatto e di cui un po’ te ne vergogni, anche se ti fanno sorridere e sono ormai parte di te. E non puoi farci niente.
Il caldo sembrava sopportabile se paragonato a quello dell’anno passato. Sarà che avevo appena vissuto un mese in un deserto cementificato dove l’aria condizionata era tanto frequente quanto indispensabile da farti desiderare un clima naturale, piacevole o spiacevole che sia.
Ormai da mesi il tempo volava, i piccoli obbiettivi di vita si stavano riducendo a blande speranze di emozioni unite a successi personali conditi di denaro, successi perlopiù degradati dalla non stima reciproca caratterizzante il mio rapporto avverso al mondo.
Il mio cammino era scandito da improvvisi rallentamenti durante i quali adoravo ipnotizzarmi, mi fermavo di colpo a guardare gli altri, come quando rallenti e gli altri corrono più di te. Dal finestrino li osservavo proseguire velocemente mentre pensavo che io no, purtroppo, io non ho fretta. Restare in corsia tanto per. Una parvenza di senso alla propria strada.

– Come va?

Certe domande, e certe risposte, pensavo, non hanno ragione di essere.

– Ho saputo, complimenti, sarai contento.
– Si, abbastanza.
– Ma non ti rendi conto di quanto sei fortunato?
– Onestamente, no. Non mi sento affatto fortunato.
– Sei fatto così, ti scivola sempre tutto addosso.
– Non so se sia colpa mia, o di ciò che mi scivola addosso, sta di fatto che non vorrei essere impermeabile.

Due frasi gelide e abbandonavo così l’ennesimo tentativo di espugnare la mia psiche, convinto dell’inutilità di invadere il vuoto.
Il vuoto ti divora, non puoi prenderne possesso, non puoi capirlo, non puoi dominarlo.
E’ vuoto.
Finiva di sorseggiare il suo tè freddo, mentre io spostavo gli oggetti sulla mia scrivania senza una precisa cognizione, con l’intento di far intendere la mia necessità di rimanere solo, come se dovessi studiare.
Era una di quelle classiche situazioni in cui capisci di non essere il soprammobile ideale, e la tua presenza stona con l’arredamento.
Non puoi restare dove sei.
Da sottofondo alla situazione, un silenzio quasi religioso ritmava il suo cammino verso la porta, durante il quale lei si è girata due volte gettando i suoi occhi nei miei, come per dirmi “Parlami, dimmi cosa c’è” e io affrontavo i suoi sguardi con infantile disinvoltura, quella tipica dei bambini quando negano di aver fatto o detto qualcosa di cui non vogliono più fare o dire.
“Non c’è niente”, rispondevano il mio sguardo, accompagnato da un sorriso mirato a dare l’impressione disinvolta.
Chiudevo la porta, qualche secondo prima di sentire i suoi tacchi scendere i gradini delle scale.
Al terzo gradino si è fermata, come se volesse tornare indietro.
Appoggiato a una parete di distanza ascoltavo con attenzione il suo cammino, poi ripreso e concluso via da lì.

“Non puoi continuare così”, continuava a martellare quella frase nella mia testa, “Un giorno avrai bisogno di una tua stabilità.”
E ben venga quel giorno. Almeno saprò di cosa avrò bisogno.

tutti

odio tutti quelli che ripetono sempre le stesse cose, tutti quelli che ripetono sempre le stesse cose, tutti quelli che ripetono sempre le stesse cose, tutti quelli che ripetono sempre le stesse cose, tutti quelli che ripetono sempre le stesse cose e tutti quelli che non ripetono sempre le stesse cose.

15%

Una delle abitudini difficili da assumere, quando si viene negli Stati Uniti, è il concetto di mancia.
In pratica nel paese a stelle e strisce non esiste (o quasi) lo stipendio per i camerieri: loro vivono di mance.
Non mi è ben chiaro se la legge sia ufficiale o ufficiosa, in ogni caso è abitudine culturale lasciare circa il 15% dell’ammontare del conto come mancia per il cameriere; puoi lasciare di più o di meno, in base alla qualità del servizio.
In realtà potresti anche non lasciarne, ma quando parlo di abitudine culturale intendo dire che passeresti per un ladro, anche se non ti arrestano. Se non lasci la mancia te lo rinfacciano, ti fanno notare che non si fa.
La mia prima impressione a riguardo è stata di rigetto: calcolare il 15% non è immediato, ora ci ho fatto l’abitudine, ma all’inizio è stata tragica, più volte ho visto i miei compaesani calcolatrice alla mano per non lasciare più del dovuto.
Da noi non esiste un concetto di mancia del genere, da noi è a discrezione del cliente, perchè i camerieri vengono stipendiati indipendentemente dagli spiccioli che lasciamo sul tavolo.
Da noi, in Italia, sei stupido se paghi più del minimo indispensabile.
Di conseguenza arriva un pensiero: perchè devo pagare al cameriere una cifra extra a quella dello scontrino?
Ieri ho ordinato una bistecca, riso bianco e una coppetta di frutta, dopo aver chiesto alla cameriera quale fosse il piatto più veloce ad arrivare; a quell’ora, in pieno pomeriggio, gli americani cenano: il ristorante era affollato.
La tizia mi ha fatto intendere che, visto l’affollamento, era difficile mangiare prima che fossero passati venti minuti.
Avevo fretta per due motivi: appena uscito dalla palestra ho molta fame, e in generale mi scoccia aspettare, nella vita intendo, è tempo perso, non vorrei aspettare mai.
Passano meno di cinque minuti e vedo apparire davanti ai miei occhi la mia bistecca.
“Wao!”.
Mi spiega di aver chiesto espressamente di averla subito, vista la mia fretta.
Mangio contento e me ne vado lasciando il 33% di mancia.
Contento però, eh.
Di rado mangio contento.
Perchè da noi i camerieri sembra ti stiano facendo un favore, quando lavorano, perchè i loro soldi a fine mese glieli danno comunque.
Da noi se non lavori sei furbo, tanto lo stipendio lo prendi lo stesso, quindi non hai fretta di servire un cliente.
Qui sono tutti gentili ed efficienti per ‘sta storia delle mance.
Ecco, ho avuto un’idea, implementiamo anche in Italia questa storia delle mance, con i camerieri prima, e con i politici poi.
Gli diamo il 15% di quello che spendiamo al ristorante, se ci gira, se abbiamo i soldi per andare al ristorante, e poi vedi come cominciano a lavorare sul serio.
Se sono bravi, anche il trentatrè.