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marzo 23, 2010

Tutti i film che mi pare

Non ce l’ho mica sempre l’ispirazione per scrivere qualcosa di interessante, eppure trovo spunti di riflessione in ogni immagine riflessa dai miei occhi.
Ho notato una coppia, l’uomo avrà avuto sulla cinquantina; lei non era una donna, era una ragazza, non le ho dato più di 25 anni.
Provo spesso ad immedesimarmi nella vita delle persone che osservo, e quando immagino la vita di questo uomo non penso cose belle perché sono un inguaribile disfattista.
Si dice l’amore non ha età, e penso lui come una persona che cerca di rendere questa diceria più credibile possibile: lo immagino intento a nascondere ogni segno di vecchiaia, magari andando in palestra, curando il proprio aspetto fisico e negando ogni sintomo negativo riguardo la sua salute, cosa che trovo un po’ stupida perché anche io a ventidue anni accuso problemi di salute, ma in certi contesti penso sia inevitabile collegarli all’avanzare dell’età.
Poi immagino lei affascinata dalla maturità del suo partner, da quello che rappresenta, forse da ciò che è, dal suo passato e dalla sua esperienza, ma allo stesso tempo in perenne conflitto con se stessa per quell’abisso temporale che separa le loro date di nascita.
Inevitabilmente penso ai finali perché tendo sempre a guardare avanti, e purtroppo tendo anche ad essere fondamentalmente pessimista, così figuro la vecchiaia divorare lui e lei che se ne separa combattuta da un non amore e un bene immenso verso quella persona; ad un tratto si renderà conto di essere stata lei la luce dei suoi occhi, e non viceversa, non era una questione d’età, l’esperienza non significava niente.
Infine immagino lui morire da solo, rimpiangendo quei giorni in cui si è giocato l’opportunità di costruirsi una famiglia per sentirsi ancora giovane e investire tutte le sue energie in una storia che ne richiedeva più di quante ne avesse, e lei trovare l’amore della sua vita, della sua età, con il quale si senta davvero complice.

Sale una donna sul treno, probabilmente una rom, e appoggia dei bigliettini sui braccioli delle poltrone e sulle valigie, circa un bigliettino ogni due, tre persone.
Io ero seduto al posto finestrino, non potevo quindi vedere cosa ci fosse scritto; in un primo momento ho pensato ad una preghiera religiosa, un po’ come fanno i testimoni di Geova, ma trovavo strano la distribuzione gratuita di materiale cartaceo perché solitamente le persone con quei tratti somatici non hanno disponibilità economiche del calibro di un testimone di Geova; così mi sono sporto per allungare lo sguardo e conoscere l’argomento del testo: avevo ragione, era una preghiera, ma rivolta a noi anziché a Dio: “Sono povera, datemi soldi…” e poi c’era pure un “Per l’amor di Dio” in mezzo al testo, mi pare, comunque giusto per puntualizzare che Dio c’entra sempre, almeno nelle preghiere.
E più che chiedermi come si possa arrivare a chiedere soldi a degli sconosciuti su un treno, ho focalizzato il mio pensiero sulla bassa psicologia utilizzata in questa proposta finanziaria: questo tipo di persone offrono un servizio a prescindere, senza che esso sia richiesto e, spesso, senza possibilità di rifiutarlo; a questo punto il cliente si sente inspiegabilmente in dovere di saldare un debito, nonostante non dipenda da lui la creazione di questo debito, e un soggetto potenzialmente psicolabile potrebbe arrivare facilmente a pagare quel servizio che non aveva richiesto e tanto meno tornava utile.
I lavavetri ai semafori agiscono d’anticipo: ti lavano il vetro con un sorriso e, a meno che tu non rompa la loro maschera di gentilezza, completano il lavoro catapultandoti in una situazione di debito.
La storia dei biglietti è geniale perché in questo modo, la donna salita sul treno, si risparmiava anche la difficoltà di guardare negli occhi qualcuno ed indossare una maschera di gentilezza; l’avrebbe fatto soltanto nel caso in cui la transazione fosse andata a buon fine, il minimo necessario praticamente, realizzando un discreto risparmio di autostima personale.
Poi è tornata indietro, riprendendo i biglietti lasciati in precedenza.
Non ho visto risultati, forse qualcuno dietro avrà pagato il servizio ma personalmente non l’ho visto, tautomero ero interessato a girarmi per constatarlo, però ho notato un cambiamento di espressione da quando ha lasciato i biglietti a quando è tornata a ritirarli: visibilmente contrariata dai mancati pagamenti, sul suo volto era sparito il sorriso ipocrita.
Essendo quindi io una persona tendente al futuro, ho irrimediabilmente pensato alla sua vecchiaia; essendo io una persona tendente al negativo, ho irrimediabilmente pensato che non sarà tanto bella, sempre se ci arriva.
Ma cosa fa questa gente quando incontra problemi di salute gravi? Dove va? Ha figli? E se si, insegna loro lo stesso mestiere? Ne è contenta? Si? No? Perché? Crede in Dio? Cosa pensa di me?
Guardo fuori dal finestrino e immagino tutto, creo un film e poi brucio la pellicola pensando che i miei problemi, per quanto possano essere ridicoli confrontati a quelli di altri, sono comunque già ampiamente sufficienti per girare tutti i film che mi pare.

5 Comments on “Tutti i film che mi pare

robin hood,una specie
marzo 27, 2010 a 12:31 pm

one word…brilliant

Io
marzo 27, 2010 a 12:36 pm

troppo gentile!

disforia delirante
maggio 4, 2010 a 4:03 am

avevi sonno quando l’hai scritta….

pinkrabbit
giugno 21, 2010 a 10:31 pm

tutte le volte che leggo un tuo pezzo ci ritrovo sempre qlcosa di me…ma come cazzo fai!!!???ti stimooooo!!!!!!!XDXDXD

Io
giugno 21, 2010 a 10:38 pm

oh grazie 🙂

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