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luglio 20, 2010

Un giorno avrai bisogno di stabilità

Ero afflitto principalmente da un problema: non sapevo cosa fare della mia vita.
I più si lamentano di non riuscire a raggiungere una meta, il mio problema è stato sempre definirne una, e nel mentre gli altri affannavano a dirigersi verso le loro destinazioni piangendosi addosso quando non vi riuscivano, io correvo qua e là, avanti e dietro, per il gusto di muovermi, e di tanto in tanto mi rotolavo sull’asfalto come se stessi andando a fuoco.
Trascorreva la fine di luglio e l’inizio dell’estate nella mia camera universitaria, ancora una volta ridotto a speculare sugli ultimi granelli della clessidra accademica durante i quali tentavo invano di riscattare il risultato di sporadici studi.
Come sempre, ma forse quell’anno un po’ di più, non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.
Capivo allo stesso tempo di esserlo, ormai. Capisci di essere grande quando realizzi che certe cose che hai addosso te le porterai dietro per sempre, come le cicatrici che hanno smesso di rimarginarsi, quando ormai è troppo tardi per crescere o per guarire, e certi massi ti pesano perchè vorresti lasciarli per strada, sbarazzartene, nasconderli, come tutte le cose stupide che hai fatto e di cui un po’ te ne vergogni, anche se ti fanno sorridere e sono ormai parte di te. E non puoi farci niente.
Il caldo sembrava sopportabile se paragonato a quello dell’anno passato. Sarà che avevo appena vissuto un mese in un deserto cementificato dove l’aria condizionata era tanto frequente quanto indispensabile da farti desiderare un clima naturale, piacevole o spiacevole che sia.
Ormai da mesi il tempo volava, i piccoli obbiettivi di vita si stavano riducendo a blande speranze di emozioni unite a successi personali conditi di denaro, successi perlopiù degradati dalla non stima reciproca caratterizzante il mio rapporto avverso al mondo.
Il mio cammino era scandito da improvvisi rallentamenti durante i quali adoravo ipnotizzarmi, mi fermavo di colpo a guardare gli altri, come quando rallenti e gli altri corrono più di te. Dal finestrino li osservavo proseguire velocemente mentre pensavo che io no, purtroppo, io non ho fretta. Restare in corsia tanto per. Una parvenza di senso alla propria strada.

– Come va?

Certe domande, e certe risposte, pensavo, non hanno ragione di essere.

– Ho saputo, complimenti, sarai contento.
– Si, abbastanza.
– Ma non ti rendi conto di quanto sei fortunato?
– Onestamente, no. Non mi sento affatto fortunato.
– Sei fatto così, ti scivola sempre tutto addosso.
– Non so se sia colpa mia, o di ciò che mi scivola addosso, sta di fatto che non vorrei essere impermeabile.

Due frasi gelide e abbandonavo così l’ennesimo tentativo di espugnare la mia psiche, convinto dell’inutilità di invadere il vuoto.
Il vuoto ti divora, non puoi prenderne possesso, non puoi capirlo, non puoi dominarlo.
E’ vuoto.
Finiva di sorseggiare il suo tè freddo, mentre io spostavo gli oggetti sulla mia scrivania senza una precisa cognizione, con l’intento di far intendere la mia necessità di rimanere solo, come se dovessi studiare.
Era una di quelle classiche situazioni in cui capisci di non essere il soprammobile ideale, e la tua presenza stona con l’arredamento.
Non puoi restare dove sei.
Da sottofondo alla situazione, un silenzio quasi religioso ritmava il suo cammino verso la porta, durante il quale lei si è girata due volte gettando i suoi occhi nei miei, come per dirmi “Parlami, dimmi cosa c’è” e io affrontavo i suoi sguardi con infantile disinvoltura, quella tipica dei bambini quando negano di aver fatto o detto qualcosa di cui non vogliono più fare o dire.
“Non c’è niente”, rispondevano il mio sguardo, accompagnato da un sorriso mirato a dare l’impressione disinvolta.
Chiudevo la porta, qualche secondo prima di sentire i suoi tacchi scendere i gradini delle scale.
Al terzo gradino si è fermata, come se volesse tornare indietro.
Appoggiato a una parete di distanza ascoltavo con attenzione il suo cammino, poi ripreso e concluso via da lì.

“Non puoi continuare così”, continuava a martellare quella frase nella mia testa, “Un giorno avrai bisogno di una tua stabilità.”
E ben venga quel giorno. Almeno saprò di cosa avrò bisogno.

One Comment on “Un giorno avrai bisogno di stabilità

disforia delirante
luglio 26, 2010 a 11:28 am

Con il vuoto basta imparare a conviverci,è da un pò che lo faccio,non è piacevole ma sopravvivi,il problema è che poi spesso rischi tu di deventare vuoto, e in quel momento realizzi che non ti importa più di nulla e allora vai avanti per inerzia,prendendo in prestito qualche sogno ogni tanto così da avere una parvenza di scopo nella vita,di cui in ogni caso non ti importerà mai un cazzo perchè non è un tuo sogno,non è un tuo desiderio….

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