Che Guevara e Mussolini

05/09/2010

A volte ho espresso opinioni positive sulla politica di Benito Mussolini.
Ne discuto: penso Mussolini e il fascismo abbiano fatto delle scelte politiche che hanno migliorato l’Italia, oltre ad altre scelte politiche che invece l’hanno danneggiata ma soprattutto ALDILA’ dei crimini che hanno commesso. E se lo sto scrivendo, è perchè lo leggano anche persone che abbiano l’intelligenza di affrontarne un discorso ALDILA’ di quei crimini, tipo sulla politica sociale di Hitler e dei salari, senza parlare per forza anche dell’Olocausto che, comunque, rimane sbagliato.
Ma alla fine di ogni discorso certe persone mi sbattono in faccia nuovamente i crimini dei dittatori in questione facendomi intendere che sono stati talmente gravi da non poterli non criminalizzare per ciò che hanno fatto di male.

Bene: io penso la stessa cosa di Che Guevara: posso comprendere ragioni politiche e idealistiche di socialismo, ma sulla bilancia dei conti, in base al ragionamento spiegato prima, pesano più i crimini che ha commesso.

Il criminale si definisce una persona che ha commesso almeno un crimine, che in questo contesto si intende un crimine grave contro l’umanità.
Un criminale non può essere un eroe.
Si possono discutere e apprezzare le sue scelte politiche, ma non può e non deve essere un esempio, altrimenti i nostri figli cresceranno con l’idea che le cose giuste possano essere raggiunte facendo le cose sbagliate.

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La cosa bella

22/07/2010

La cosa bella quando torni da una partita estenuante di calcio a 8 è mettere a bollire l’acqua, fare quattro serie di panca piana, una doccia, e dopo un quarto d’ora tornare in cucina, aprire la tua dispensa e notare con piacevole stupore che si, il riso c’è, l’avevi comprato.

Filed under: Uncategorized — Io @ 23:03
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Ogni persona al mondo

20/07/2010

Ogni persona al mondo dotata di udito dovrebbe aver sentito almeno una volta la canzone di Fabri Fibra “Mr. Simpatia”, e dovrebbe aver notato che l’intero testo è fatto di due strofe lunghissime, ma tutte rimate alla perfezione prima con “zione” e poi con “arci”, un capolavoro della tecnica, del genio umano.

Filed under: Uncategorized — Io @ 22:56
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where’s the fun

10/07/2010

ieri un mio amico ha chiesto a una prostituta dove fosse il divertimento a Las Vegas di venerdì sera, la risposta è stata “In your room, baby!”.
è sempre questione di punti di vista.

Filed under: Uncategorized — Io @ 23:30
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Sono a Las Vegas

25/06/2010

Chi l’avrebbe mai detto.
Sono una blogstar.

Sono stato inviato a Las Vegas per seguire gli eventi principali delle World Series Of Poker nonchè le vicende del Team Sisal alla Sisal House, una villa lussuosissima dove i giocatori italiani si ritrovano a fine serata per divertirsi.
In tutto ciò racconterò il mio viaggio e, anche tramite immagini, cercherò di farvi vedere la città del peccato attraverso i miei occhi.
Questa volta vi invito personalmente a seguire il mio blog; lo trovate qui, mentre nel forum potrete anche intervenire, per entrarci cliccate qui.

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Considerazioni sul mondo

07/05/2010
Insomma dovevo prendere un pullman per arrivare da Montecarlo all’aeroporto di Nizza. Già a partire da casa sembrava un impresa: i francesi sono così nazionalisti da rifiutarsi di imparare l’inglese, quindi quando chiedevo indicazioni mi sentivo come se fossi in Cina perché io il francese proprio non lo so parlare. Il mio pullman sarebbe dovuto passare vicino al Casinò, davanti l’Ufficio Del Turismo. Seguendo le indicazioni per l’Ufficio Del Turismo tendevo ad allontanarmi dal Casinò quindi, appena sono riuscito ad individuare persone che sapessero parlare inglese, ho chiesto spiegazioni sentendomi rispondere “Oh, ma qui siamo in Francia!”.
In Francia. Perché io cercavo l’Ufficio Del Turismo del Principato Di Monaco (due traverse dopo, quaranta metri in linea d’aria), e invece, toh, ero in Francia. Vagavo per la Francia. Avevo solo sbagliato nazione. Quindi ho preso le mie valigie e ho varcato il confine per raggiungere l’Ufficio Del Turismo, chiedendomi il senso di non invadere nazioni così piccole.
Non è geniale recarsi a Montecarlo durante il Gran Premio per due semplici motivi: è difficile trovare un taxi, e il tuo pullman non passa davanti all’Ufficio Del Turismo come ti avevano detto. Passato il peggio, il peggio arriva in aeroporto dove mi sequestrano la schiuma da barba, il gel e una bottiglia d’acqua. “It’s water!” ho obiettato io, “It’s forbidden.” mi ha risposto con aria di strafottenza la ragazza addetta al controllo delle borse, che con quei guanti per la perquisizione era quasi eccitante.
Durante il viaggio d’andata avevo già avuto modo di riflettere sui controlli pignoli per i quali stavo perdendo l’aereo. Prima non era così. Per chi non lo sapesse qualche anno fa il presidente degli USA ha dirottato due torri gemelle facendole schiantare sul consultorio di Baghdad, o qualcosa del genere, insomma ci sono varie versioni sull’accaduto, e comunque da allora i controlli agli aeroporti sono stati intensificati. E anche gli attentati nel mondo. Più terroristi e più persone che controllano i terroristi, poi dicono che non c’è lavoro.
Da quando è accaduto questo increscioso episodio la gente perde più tempo al check in e non può portarsi l’acqua sull’aereo. Sono episodi che ti fanno riflettere, quei terroristi hanno cambiato il mondo: fino ad allora la gente poteva portarsi l’acqua sull’aereo, e adesso non più, mai più nell’esistenza dell’umanità la gente potrà portarsi l’acqua sull’aereo: hanno cambiato la storia, una svolta senza precedenti, un giorno il loro pronipoti terroristi potranno raccontare ai loro pronipoti terroristi che è grazie al loro antenato se quando andranno a fare un altro attentato non potranno portarsi l’acqua sull’aereo, e se avranno sete, beh, problemi loro, immagino possa suscitare sensi di colpa chiedere una bibita all’hostess e poi farla morire con tutto l’equipaggio; ma in fondo all’altro mondo ti aspettano una decina di vergini, tant’è.
Più tempo mi facevano perdere ai controlli e più odiavo gli arabi. Già, gli arabi. Io così li identifico i terroristi. E non mi si dica che generalizzo, effettivamente non ho idea di cosa sia l’Arabia, se una nazione o un territorio o un luogo comune, sta di fatto che gli arabi sono o sceicchi, o cammelli o terroristi.
Prendere un volo rispecchia la seguente prassi: faccio il check-in, perdo tempo, odio gli arabi, mi sequestrano l’acqua, odio gli arabi, mi imbarco, mi siedo e penso di morire. Penso di morire perché l’uomo di suo non vola quindi non mi sorprenderebbe se l’aereo si schiantasse al suolo senza motivo, anzi, mi sorprende la perseveranza con la quale viaggia sospeso nel vuoto senza motivo, non la concepisco. E mentre pensavo di morire sono saliti sull’aereo tre arabi (erano arabi  perché parlavano con quell’accento strano tipico degli arabi, un misto fra salivazione eccessiva e dislessia). Ecco, a quel punto ho smesso di pensare di morire e ho pensato di morire sul serio. Erano terroristi, sono sicuro. Perché gli sceicchi hanno tutti i jet privati mentre i cammelli, si sa, non esistono. Chi l’ha mai visto un cammello? Non conosco nessuno che abbia mai visto un cammello. Sono personaggi di fantasia, come Gargamella, i Puffi e Osama Bin Laden.
Torcevo il collo ripetutamente per scrutare gli arabi che ridevano e farfugliavano in salivazione eccessiva, intanto traducevo le conversazioni nella mia immaginazione: “Ora li ammazziamo tutti e ci andiamo a trombare le vergini in paradiso!” e mi preoccupavo, quindi ho pensato a cosa potevo fare: scendere dall’aereo. No, nel caso in cui io mi sbagliassi perderei tanto tempo e soldi per tornare a casa. Quindi assumiamoci il rischio di volare. E se poi tirano fuori le pistole sfuggite ai controlli? E se sfoderano bottiglie d’acqua e minacciano di annegarci tutti? E’ un problema. Ma come dice Alex “I problemi, o li risolvi, o li rimandi. Io li rimando.” In realtà di solito non li rimando però in quel caso si perché, sempre stando ai ragionamenti di Alex, se poi scendevo dall’aereo dovevo spiegare a chi di dovere perché ero sceso dall’aereo, dovevo vedere come tornare a casa, dovevo valutare se prendere mai più un aereo e io vorrei tornare negli USA ma in nave mi scoccia, troppo tempo, quindi dicevo che, sempre stando ai ragionamenti di Alex, ci sono casi in cui risolvere un problema comporta risolverne altri mille e io non ho tempo, non ho tempo di scendere dall’aereo e perdere tempo per risolvere altri problemi potenzialmente infiniti quindi preferisco assumermi il rischio di subire il dirottamento e se poi davvero succede beh, ci penso poi, che io nel panico totale di solito ragiono meglio e magari una soluzione l’avrei trovata.
Se stai leggendo questa riga, sono atterrato.
Sono razzista? Non penso. E’ che io ho i miei pensieri sulle persone e sulle categorie, ma le motivazioni non sono necessariamente etniche. Prendiamo per esempio gli studenti di certe facoltà umanistiche: un’altra categoria di idealisti che credono di cambiare il sistema occupando l’università. Come gli arabi che pensano di trombarsi le vergini dirottando un aereo. Ieri sono passato davanti la facoltà di lettere e hanno occupato di nuovo. Avranno i loro buoni motivi e io li condivido anche, però a queste cose ho smesso di crederci alle elementari in contemporanea a Babbo Natale. Qualche anno più tardi ho smesso di credere anche nella Befana e ho cominciato ad avere seri dubbi su Gesù Cristo, ma questa è un’altra storia. Volevo dire: io non critico il modo di agire delle persone, semplicemente per non condividerlo ho un approccio diverso alla vita, la mia testa vuole occuparsi di altre cose e se ne sbatte del sistema politico perché, nonostante io ci viva, penso non mi riguardi, nel senso: ho altro a cui pensare. Ma tu vuoi crederci, ok, e ieri la studentessa di lettere mi ferma per strada e mi chiede:
“Abbiamo occupato la facoltà di lettere, alle sei facciamo assemblea, venite?”
Io: “Abbiamo corsi.”
Lei: “Tutti abbiamo corsi!”
Io: “Ma non tutti avremo un lavoro.”
Ecco quindi, quello che volevo dire con questo discorso è: non sono razzista.
Sono solo pieno di pregiudizi.
Anzi, sono un pregiudizio.
E il mondo è il mio luogo comune.
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Il suo “io”.

23/03/2010

E poi c’è questo tizio, sempre in treno, che parla dei suoi figli con una ragazza di fronte a lui; e lei ride, ogni tanto prova a dire “Anche io” e dice qualcosa, oppure avalla le affermazioni dell’interlocutore, ride, lo asseconda, lui prova ad assumere un atteggiamento buffo per farla ridere, parla della suocera, della moglie, ma davvero gliene frega? E perché lei ride? Ma alla gente interessa dell’altra gente, dei figli delle altre persone, di quanto è bella, brutta, divertente o triste la loro vita?
In ogni discorso sento le persone parlarsi addosso vicendevolmente usando il pronome che li rappresenta con frequenza irritante: “Io, io, io, io, io, io questo, io quello” e mi chiedo spesso perché parlano, dove vogliono arrivare, se cercano pacche sulle spalle, compiacimento, consigli, approvazione o non so cosa, perché io mi sono rotto di parlare, ogni tanto scrivo e basta ma almeno non guardo in faccia nessuno e quando ho voglia di dire qualcosa non devo sorbirmi qualcuno che mi interrompe con il suo “Io”.

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Tutti i film che mi pare

Non ce l’ho mica sempre l’ispirazione per scrivere qualcosa di interessante, eppure trovo spunti di riflessione in ogni immagine riflessa dai miei occhi.
Ho notato una coppia, l’uomo avrà avuto sulla cinquantina; lei non era una donna, era una ragazza, non le ho dato più di 25 anni.
Provo spesso ad immedesimarmi nella vita delle persone che osservo, e quando immagino la vita di questo uomo non penso cose belle perché sono un inguaribile disfattista.
Si dice l’amore non ha età, e penso lui come una persona che cerca di rendere questa diceria più credibile possibile: lo immagino intento a nascondere ogni segno di vecchiaia, magari andando in palestra, curando il proprio aspetto fisico e negando ogni sintomo negativo riguardo la sua salute, cosa che trovo un po’ stupida perché anche io a ventidue anni accuso problemi di salute, ma in certi contesti penso sia inevitabile collegarli all’avanzare dell’età.
Poi immagino lei affascinata dalla maturità del suo partner, da quello che rappresenta, forse da ciò che è, dal suo passato e dalla sua esperienza, ma allo stesso tempo in perenne conflitto con se stessa per quell’abisso temporale che separa le loro date di nascita.
Inevitabilmente penso ai finali perché tendo sempre a guardare avanti, e purtroppo tendo anche ad essere fondamentalmente pessimista, così figuro la vecchiaia divorare lui e lei che se ne separa combattuta da un non amore e un bene immenso verso quella persona; ad un tratto si renderà conto di essere stata lei la luce dei suoi occhi, e non viceversa, non era una questione d’età, l’esperienza non significava niente.
Infine immagino lui morire da solo, rimpiangendo quei giorni in cui si è giocato l’opportunità di costruirsi una famiglia per sentirsi ancora giovane e investire tutte le sue energie in una storia che ne richiedeva più di quante ne avesse, e lei trovare l’amore della sua vita, della sua età, con il quale si senta davvero complice.

Sale una donna sul treno, probabilmente una rom, e appoggia dei bigliettini sui braccioli delle poltrone e sulle valigie, circa un bigliettino ogni due, tre persone.
Io ero seduto al posto finestrino, non potevo quindi vedere cosa ci fosse scritto; in un primo momento ho pensato ad una preghiera religiosa, un po’ come fanno i testimoni di Geova, ma trovavo strano la distribuzione gratuita di materiale cartaceo perché solitamente le persone con quei tratti somatici non hanno disponibilità economiche del calibro di un testimone di Geova; così mi sono sporto per allungare lo sguardo e conoscere l’argomento del testo: avevo ragione, era una preghiera, ma rivolta a noi anziché a Dio: “Sono povera, datemi soldi…” e poi c’era pure un “Per l’amor di Dio” in mezzo al testo, mi pare, comunque giusto per puntualizzare che Dio c’entra sempre, almeno nelle preghiere.
E più che chiedermi come si possa arrivare a chiedere soldi a degli sconosciuti su un treno, ho focalizzato il mio pensiero sulla bassa psicologia utilizzata in questa proposta finanziaria: questo tipo di persone offrono un servizio a prescindere, senza che esso sia richiesto e, spesso, senza possibilità di rifiutarlo; a questo punto il cliente si sente inspiegabilmente in dovere di saldare un debito, nonostante non dipenda da lui la creazione di questo debito, e un soggetto potenzialmente psicolabile potrebbe arrivare facilmente a pagare quel servizio che non aveva richiesto e tanto meno tornava utile.
I lavavetri ai semafori agiscono d’anticipo: ti lavano il vetro con un sorriso e, a meno che tu non rompa la loro maschera di gentilezza, completano il lavoro catapultandoti in una situazione di debito.
La storia dei biglietti è geniale perché in questo modo, la donna salita sul treno, si risparmiava anche la difficoltà di guardare negli occhi qualcuno ed indossare una maschera di gentilezza; l’avrebbe fatto soltanto nel caso in cui la transazione fosse andata a buon fine, il minimo necessario praticamente, realizzando un discreto risparmio di autostima personale.
Poi è tornata indietro, riprendendo i biglietti lasciati in precedenza.
Non ho visto risultati, forse qualcuno dietro avrà pagato il servizio ma personalmente non l’ho visto, tautomero ero interessato a girarmi per constatarlo, però ho notato un cambiamento di espressione da quando ha lasciato i biglietti a quando è tornata a ritirarli: visibilmente contrariata dai mancati pagamenti, sul suo volto era sparito il sorriso ipocrita.
Essendo quindi io una persona tendente al futuro, ho irrimediabilmente pensato alla sua vecchiaia; essendo io una persona tendente al negativo, ho irrimediabilmente pensato che non sarà tanto bella, sempre se ci arriva.
Ma cosa fa questa gente quando incontra problemi di salute gravi? Dove va? Ha figli? E se si, insegna loro lo stesso mestiere? Ne è contenta? Si? No? Perché? Crede in Dio? Cosa pensa di me?
Guardo fuori dal finestrino e immagino tutto, creo un film e poi brucio la pellicola pensando che i miei problemi, per quanto possano essere ridicoli confrontati a quelli di altri, sono comunque già ampiamente sufficienti per girare tutti i film che mi pare.

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dialetto inglese, inglese dialetto

16/01/2010

plus good (superchiu buono)
crai (tomorrow)
piscrai (the day after tomorrow)
musera (tonight)
oi (today)
in God’s arms (mbrazza a cristo)
strikes badly (cegna ammalamentu)
deadly strikes (cegnate ri morte)
neither the dogs (manco li cani)
grow sons, grow pigs (crisci figli crisci puorci)
for the soul of deads (pe l’anima ri li muorti)
refresh the soul of deads (rifresca l’anima ri li muorti)
this is the fact (questo è il fatto)
go find (va trova)
saving is bad earning (lu sparagno è male guaragno)
God knows, Madonna looks them (Dio d sape, la maronna d vere)
who knows (chi u sape)
you are a crew of idiots (siti na banda ri ciuoti)
you are a killed dead (si nu muorto acciso)
I feel killed (mi sento acciso)
don’t throw stones to crazy people (non menà prete a li pacci)
close that fifteen of august (chiuri quiro quindici r’agosto)
the pussy in the hands of children (a fessa mmano ai criature)
lucky you (viato a te)
in the worst case (mal ca vai)
to go of body (andare di corpo)
in the first morning (a prima matina)
early (viettu)
sandwich (mbosta)
fix (acconza)
start (ngegna)
rule (cegna)
hit (cuogli)
go study (va sturia)
go to sleep (va ti corca)
hurry up (futtit a move)
now (mo)
i’m hungry (mi faci fame)
the thing (lu cuonzo)
wait and hope (aspetta e spera)
washing the head of donkey makes you lose water and soap (a lavà la capo a lu ciuccio ngi pierdi acqua e sapone)
go help yourself (va t’aiuta)
we pull to live (tiramo a campà)

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Xmas

24/12/2009

Cominciai a dubitare dell’esistenza di Babbo Natale quando, in tenera età, riuscii a svegliarmi prima dei miei genitori e dopo una corsa estenuante dovetti constatare con allarmante stupore che sotto l’albero non c’era un cazzo di niente.
Incredulo, raggiunsi immediatamente mia madre e la svegliai, manifestandole il mio sconforto e interrompendo il suo sonno.
“Cerca meglio”, mi suggerì, interrompendo il mio sconforto e manifestandomi il suo sonno.
Fu così che ripetei la corsa, forte di nuove speranze, e raggiunto l’albero di natale cercai con rinnovata fiducia finchè non trovai incredibilmente un cazzo di niente.
Mi recai nuovamente da mia madre colmo di disappunto.
“Cerca meglio che ci sono, Babbo Natale non si è dimenticato di te”, mi disse rimettendosi a dormire.
Cercai quindi anche fra i rami e fu un ottima idea perchè finalmente trovai esattamente ciò che mi aspettavo di trovare: un cazzo di niente.
Colmo di sfiducia e con accenni di depressione cronica pretesi spiegazioni da mia madre che alle 7:30 della mattina di Natale cominciò a preoccuparsi seriamente di non poter dormire, quindi decise di darmi una risposta sensata che mi avrebbe aperto gli occhi:
“Vai a vedere se Babbo Natale ha lasciato i regali sul sedile posteriore della Citroen”.
Confuso e pieno di ragionevoli dubbi, mi apprestai a raggiungere il garage e sul sedile posteriore dell’automobile trovai la grande sorpresa: un cazzo.
Di niente.
I regali li aveva mia zia, sarebbero apparsi magicamente nel pomeriggio.
L’esito di questo episodio comportò una scossa alla mia psiche, così la fiducia che avevo riposto nelle istituzioni infantili (Babbo Natale e Gesù Cristo) cominciò a vacillare.
Ora, un bambino normale in un contesto normale avrebbe preso di petto la realtà, realizzato che il Natale è una festa consumistica, che sotto l’albero regali non ne trovi se non ci sono soldi, e così via.
Purtroppo i miei genitori ebbero la brillante idea di portare avanti un’altra farsa: la Befana.
Ogni sera dell’epifania era solita presentarsi a casa una vecchia con un sacco pieno di regali, volto coperto da un fazzoletto, bastone e scopa volante che non ho mai visto volare.
Non sono mai riuscito a smascherare il personaggio, di conseguenza ci credevo.
Capii di essere diverso dagli altri bambini quando alle elementari venne a crearsi l’annuale dibattito sull’esistenza delle entità consumistiche, e lì compresi anche l’enorme responsabilità di un maestro delle scuole elementari, il quale in quanto mentore dei bambini potrebbe potenzialmente rompere o alimentare i sogni dei fanciulli con un si o con un no.
Non ricordo cosa disse la mia maestra, però mi è rimasta impressa nella mente la sua imbarazzante difficoltà nell’affontare il discorso.
Comunque, venne a crearsi questo dibattito e una consistente fazione sosteneva che non esistesse alcun personaggio fantastico che potesse recapitare doni a bordo di improbabili mezzi volanti (una sorta di ateismo infantile).
La seconda schiera, in ordine di consenso, sosteneva l’esistenza di entrambe le entità, con qualche sovversivo che negava la Befana per qualche strano motivo.
Io ero l’unico a sostenere che Babbo Natale non esisteva, ma la Befana si.
Perchè io l’avevo vista, la Befana, veniva a casa mia da anni.
Era mio cugino travestito.
Si chiamava Noemi.

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