Esame fra tre giorni.
E oggi mentre mangiavo le pizzette per strada e guardavo la cassa di acqua Lilia poggiata in terra, pensavo alla laurea al sud, ripensavo al discorso avuto con paulfish a Las Vegas, e a quanto importa al sud della laurea.
Al nord è un po’ diverso, mi spiegavano, capita anche di essere disprezzato perchè invece di lavorare ti stai facendo mantenere dai genitori.
Al sud i genitori ti manterrebbero una vita, basta che ti laurei.
Puoi tornare a che ora vuoi, basta che ti laurei.
Te lo compro, basta che ti laurei.
Una specie di totem inculcato nella testa di genitori e nonni, vedono la realizzazione della loro vita nella tua laurea, e non è una questione di soldi che poi trovi lavoro, è una questione religiosa, il grande Dio dell’università, quello che “ti fa andare bene” gli esami.
Giù al sud ti relazionerai con tre categorie di persone.
Prima categoria: la famiglia.
Per i tuoi parenti sei una scommessa: c’è chi dice che ce la farai, chi dice che non ce la farai, e aspettano gli anni per vedere se hanno ragione; saputo l’esito, finiscono a parlare di altro, tipo del tuo lavoro.
Alla suddetta categoria appartengono spesso anche gli amici dei tuoi genitori.
Seconda categoria: persone che hanno una vita.
A quelli che hanno una vita fondamentalmente non interessa se tu abbia o meno una vita, perché hanno già una vita a cui pensare, la loro; può interessare dei loro figli, dei loro nipoti, ma non di te.
Il fatto che abbiano una vita significa che sono abbastanza intelligenti da capire che non è in base ad un titolo di studio o a un lavoro che puoi stabilire quanto stimare una persona, che dovresti conoscerla un po’ meglio per elargire giudizi.
Terza categoria: i falliti.
Mal comune, mezzo gaudio, loro non hanno una vita e, in fondo, non gli piace l’idea di non averla, ma gli piacerebbe l’idea che tu fallisca, e godono ad ogni tuo tentennamento nella strada verso qualcosa che, loro sperano, non raggiungerai mai, che se fallisci pure tu forse significa che non sei così tanto meglio di loro.
Penso sia estremamente difficile stabilire se una persona valga o meno, perché ogni individuo è colorato di diverse sfumature, non è solo bianco o nero, forse per questo una porzione del genere umano ha deciso di stabilire un traguardo che, se lo passi, per loro sei buono.
Anche se sotto sotto invidiano chi ha tanti soldi, dicono di stimare chi ha la laurea.
Non ho capito bene il motivo: forse perché i loro figli, nonostante ci mettano tutto l’impegno di questo mondo, non è detto che riescano a fare tanti soldi, ma è sicuro che se studiano prendono la laurea. O forse perché quella gente che ha tanti soldi non la vogliono stimare, e di conseguenza escludono il denaro come metro di giudizio.
Puoi fare cinquantamila euro al mese, ma loro continueranno a chiederti se ti sei laureato.
Dicono che se non sei laureato sei nessuno, anche se non hanno mai messo piede in un ateneo, anche se non hanno la minima idea di cosa sia un ateneo, cercando di stabilire conversazioni accademiche quantificando il tuo valore con la domanda “Quanti esami ti mancano”.
Ne devo prendere atto: è maledettamente vero, non ti considerano, non ti stimano, sei nessuno: per un motivo o per un altro, la gente la pensa così.
Quindi consiglio vivamente di investire la propria vita per conseguire una laurea, anche al costo di mettere da parte i propri sogni, se la tua felicità dipende dalla stima che ha la gente di te.
Poi mentre salivo le scale di casa ho pensato un’altra cosa, che non c’entra niente con questo discorso, ma non la posso scrivere.
Torno a studiare.
psychodrama
"io scrivo per necessità: c'ho scosse emozionali"
Ero afflitto principalmente da un problema: non sapevo cosa fare della mia vita.
I più si lamentano di non riuscire a raggiungere una meta, il mio problema è stato sempre definirne una, e nel mentre gli altri affannavano a dirigersi verso le loro destinazioni piangendosi addosso quando non vi riuscivano, io correvo qua e là, avanti e dietro, per il gusto di muovermi, e di tanto in tanto mi rotolavo sull’asfalto come se stessi andando a fuoco.
Trascorreva la fine di luglio e l’inizio dell’estate nella mia camera universitaria, ancora una volta ridotto a speculare sugli ultimi granelli della clessidra accademica durante i quali tentavo invano di riscattare il risultato di sporadici studi.
Come sempre, ma forse quell’anno un po’ di più, non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.
Capivo allo stesso tempo di esserlo, ormai. Capisci di essere grande quando realizzi che certe cose che hai addosso te le porterai dietro per sempre, come le cicatrici che hanno smesso di rimarginarsi, quando ormai è troppo tardi per crescere o per guarire, e certi massi ti pesano perchè vorresti lasciarli per strada, sbarazzartene, nasconderli, come tutte le cose stupide che hai fatto e di cui un po’ te ne vergogni, anche se ti fanno sorridere e sono ormai parte di te. E non puoi farci niente.
Il caldo sembrava sopportabile se paragonato a quello dell’anno passato. Sarà che avevo appena vissuto un mese in un deserto cementificato dove l’aria condizionata era tanto frequente quanto indispensabile da farti desiderare un clima naturale, piacevole o spiacevole che sia.
Ormai da mesi il tempo volava, i piccoli obbiettivi di vita si stavano riducendo a blande speranze di emozioni unite a successi personali conditi di denaro, successi perlopiù degradati dalla non stima reciproca caratterizzante il mio rapporto avverso al mondo.
Il mio cammino era scandito da improvvisi rallentamenti durante i quali adoravo ipnotizzarmi, mi fermavo di colpo a guardare gli altri, come quando rallenti e gli altri corrono più di te. Dal finestrino li osservavo proseguire velocemente mentre pensavo che io no, purtroppo, io non ho fretta. Restare in corsia tanto per. Una parvenza di senso alla propria strada.
- Come va?
Certe domande, e certe risposte, pensavo, non hanno ragione di essere.
- Ho saputo, complimenti, sarai contento.
- Si, abbastanza.
- Ma non ti rendi conto di quanto sei fortunato?
- Onestamente, no. Non mi sento affatto fortunato.
- Sei fatto così, ti scivola sempre tutto addosso.
- Non so se sia colpa mia, o di ciò che mi scivola addosso, sta di fatto che non vorrei essere impermeabile.
Due frasi gelide e abbandonavo così l’ennesimo tentativo di espugnare la mia psiche, convinto dell’inutilità di invadere il vuoto.
Il vuoto ti divora, non puoi prenderne possesso, non puoi capirlo, non puoi dominarlo.
E’ vuoto.
Finiva di sorseggiare il suo tè freddo, mentre io spostavo gli oggetti sulla mia scrivania senza una precisa cognizione, con l’intento di far intendere la mia necessità di rimanere solo, come se dovessi studiare.
Era una di quelle classiche situazioni in cui capisci di non essere il soprammobile ideale, e la tua presenza stona con l’arredamento.
Non puoi restare dove sei.
Da sottofondo alla situazione, un silenzio quasi religioso ritmava il suo cammino verso la porta, durante il quale lei si è girata due volte gettando i suoi occhi nei miei, come per dirmi “Parlami, dimmi cosa c’è” e io affrontavo i suoi sguardi con infantile disinvoltura, quella tipica dei bambini quando negano di aver fatto o detto qualcosa di cui non vogliono più fare o dire.
“Non c’è niente”, rispondevano il mio sguardo, accompagnato da un sorriso mirato a dare l’impressione disinvolta.
Chiudevo la porta, qualche secondo prima di sentire i suoi tacchi scendere i gradini delle scale.
Al terzo gradino si è fermata, come se volesse tornare indietro.
Appoggiato a una parete di distanza ascoltavo con attenzione il suo cammino, poi ripreso e concluso via da lì.
“Non puoi continuare così”, continuava a martellare quella frase nella mia testa, “Un giorno avrai bisogno di una tua stabilità.”
E ben venga quel giorno. Almeno saprò di cosa avrò bisogno.
Sei a dieci metri di distanza, stai uscendo, quindi esci; non tenermi la porta aperta.
Perchè se mi sto dirigendo verso la porta, e mancano 10 secondi prima di arrivare, e tu sei già lì, e per educazione mi tieni la porta aperta, io devo accelerare il passo.
Non ce ne sarebbe bisogno, ma se me la prendessi con comoda tu ti irriteresti.
Quindi devo velocizzare il mio cammino, e poi addirittura ringraziare per avermi messo fretta, quando non ne avevo.
Sarei arrivato lì, come faccio sempre, avrei aperto la porta con calma e mi sarei diretto verso il mio dove.
Anche se sbaglio spesso, se c’è scritto pull spingo, se c’è scritto push tiro, ma non perchè non abbia voglia di imparare l’inglese, ma semplicemente perchè non mi va di pensarci.
Esci, entra, e chiudi pure la porta alle tue spalle.
Tanto la porta la riesco ad aprire prima o poi: se non si spinge, si tira; se non si tira, si spinge.
Sono solito a sbagliare, ma in un modo o nell’altro le porte le apro.
Tu pensa ad uscire.
Il modello black box (scatola nera) è un sistema descrivibile per come reagisce a determinate sollecitazioni, ma di cui non si conoscono gli ingranaggi.
Il computer, ad esempio, è una scatola nera.
Lo accendi premendo un bottone anche se non sai quali meccanismi fanno si che il computer si accenda.
E di scatole nere ce ne sono tante nella nostra vita, di cose che usiamo perchè funzionano, pur non avendo la minima idea del perchè funzionino.
Le persone si sono adattate al modello ignorando completamente la possibilità di studiarne gli ingranaggi; quando si trovano a leggere delle domande sui monitor, sono soliti a premere “Avanti”, “Ok”, “Si”, finchè non ottengono l’effetto desiderato.
Del resto, se c’è riuscito qualcuno ci puoi riuscire anche tu.
“Sai ho provato a farlo, ma mi da un errore.”
“Che errore ti da?”
“Non lo so, non ho letto”
Ormai non ti fermi neanche a leggere il testo in base al quale dovresti dare delle risposte, dai solo le risposte, clicka, vai avanti, cerca di concludere il prima possibile: tutte risposte positive, sperando in un esito positivo.
Però capita che le cose non vadano bene.
C’è chi prova a dare risposte diverse, chi insiste con le stesse risposte, e chi butta via il computer.
Esistono tanti modi per affrontare un problema.
Le persone, ad esempio, sono scatole nere.
Non hai la minima idea di cosa abbiano dentro ma ti comporti in base alle reazioni che hanno, e va tutto bene finchè va bene, poi un bel giorno iniziano i problemi.
Le persone ostinate continuano a dare le stesse risposte, quelle caparbie provano a dare risposte diverse, se la scatola però è davvero importante allora tenterai di guardarle dentro.
Oppure la butti, senza perderci tempo, dando la colpa alla scatola.
Ne ho buttate tante di scatole nere nella mia vita, alcune troppo presto, altre le avrei dovute buttare via molto tempo prima perchè proprio non funzionavano, ma non ho mai capito se la vita fosse un vero/falso oppure un test a risposta multipla.
Eppure continuavo a rispondere.
Per certe cose ci vorrebbe un cazzo di tasto di conferma, come quelli che attirano la tua attenzione con un suono e ti chiedono “Sei sicuro?”.
Solo a quel punto ci pensi, prima non hai letto niente di niente ma adesso qualcosa ha attirato la tua attenzione, e ci pensi, ci ripensi.
A volte le scatole nere non funzionano.
A volte le scatole nere le ami.
Se hai un problema con qualcosa che ami non dovresti buttarla via.
Approfittare delle ricorrenze per esprimere un sentimento è ipocrita quanto una foglia di insalata in un Big Mac.
Quante persone si commuovono guardando Schindler’s List durante la sera della vigilia di Natale?
Zero.
E sai perchè? Perchè non danno Schindler’s List durante la sera della vigilia di Natale.
Probabilmente, invece, ti troverai a guardare Christmas Carol, film il quale vuole mandarti un messaggio chiaro: il Signor Scrooge è uno stronzo, per due semplici motivi:
1) Il Signor Scrooge è uno stronzo
2) Il Signor Scrooge non percepisce “lo spirito del natale”.
Analizziamo i punti:
1) Il signor Scrooge è uno stronzo. Vero. Egli è avaro, scontroso, e appare agli altri come uno stronzo. Magari non è stronzo, quantomeno non lo è con te visto che lui non esiste (è un personaggio di fantasia) e tu si (nel senso che esisti non che sei stronzo), quindi non dovresti mai avere a che fare con il signor Scrooge (quando non assumi LSD), ma seguire una trama implica immedesimarsi nel personaggio per sentirsi parte della storia; ma perchè cazzo ti immedesimi negli altri? Immedesimati nel Signor Scrooge. Metti che sei un tipo scontroso, asociale, avaro, e tutti ti considerano uno stronzo, allora chi è lo stronzo? Tu o gli altri che ti considerano stronzo?
Comunque sia, ognuno si immedesima in qualcosa, a volte si sceglie il più forte, a volte si sceglie per sentimento.
Io, ad esempio, adoro sostenere Berlusconi per il semplice motivo che la massa mi sta sui coglioni.
Nota bene, non ho detto che voto Berlusconi, non lo voterei mai; però lo sostengo nei discorsi, quando si parla di lui, a me piace far finta che lui abbia ragione in modo tale da poterlo difendere ed elogiare.
2) Il Signor Scrooge non percepisce “lo spirito del natale”. Innanzitutto per percepire qualcosa, questa cosa dovrebbe quantomeno esistere. Il messaggio comune ci spinge ad essere altruisti e generosi, specialmente durante il Natale. Specialmente. Durante. Il Natale. Questo significa, in altri termini, che dovremmo essere meno generosi e altruisti durante gli altri giorni dell’anno. Quindi se mandi un messaggio da 1 euro dal tuo Iphone ultimo modello, puoi dare da mangiare ad un bambino africano. A Natale darai da mangiare a due bambini africani, il resto dell’anno solo ad uno. A meno che non sia un bambino africano ebreo, in quel caso gli spetterebbe un messaggino di beneficenza anche quand’è il giorno della memoria.
Il punto è che essere stronzi non significa non percepire lo spirito del natale. Significa essere stronzi. La cosa triste è che poi la gente comincia a percepire lo spirito del natale per non sentirsi stronza.
E quindi facciamo il minuto di raccoglimento per la Shoah, perchè Hitler era un sadico: non vorrei sentirmi un sadico.
Iniziative paragonabili al livello intellettuale degli ultras che intonano “Se saltelli muore Ballotelli”.
No, non muore Ballotelli. Se gli spari alla tempia, forse si, muore Ballotelli. Scagliargli una statuetta-souvenir del duomo di Milano, potrebbe provocare la morte di Ballotelli. Potresti anche sacrificare un agnello ermafrodita durante una notte di luna piena, e poi assumere cinque extracomunitari strafatti di crack per accoltellarlo, allora si, penso che muore Ballotelli. Ma se non muore, quando ti prende ti spacca il culo.
Tuttavia saltare in cinquemila nella curva non servirà a niente, a meno che Ballotelli non sia steso sotto i vostri piedi.
Non sarà partecipare a bizzarri riti di massa che farà di te una persona diversa da quello che sei, anzi confermerà la tua pochezza e la tua insensibilità verso certe questioni.
La vergognosa situazione economica che affligge il terzo mondo può indignarti a tal punto da farti smettere di sorseggiare la tua cioccolata calda?
No, se non scotta.
Ogni giorno, nel mondo, 24.000 bambini muiono di fame.
Dire che muore un bambino ogni 3 secondi, dovrebbe farvi impressionare abbastanza, vista la mia capacità nel dividere il numero 24.000 per le ore del giorno, e poi per i minuti, e poi per i secondi.
Anche se in realtà il numero esatto di bambini che muoiono di fame ogni secondo dovrebbe essere 2,7777777qualcosa, ma non vedo che cazzo c’entri.
Il punto è che io oggi ho già mangiato due volte, e al prossimo pasto non degnerò di alcun pensiero il terzo mondo.
Forse perchè sono stronzo, o perchè non percepisco lo spirito del Natale, fate voi.
Ma non ho aspettato San Valentino per dire quanto una persona sia importante per me; allo stesso modo, non vorrei dimostrare ciò che sento verso chi amo soltanto nelle ricorrenze, belle e brutte, compleanni e funerali.
Le occasioni cadono per caso e raramente, perchè aspettare un’occasione per esprimere qualcosa che mi porto dentro ogni santo giorno?
Come per dire ”Ciao, come va? Volevo solo dirti che… visto che oggi è…”
No, oggi è oggi, e basta, non significa niente questo giorno, quello che conta è ciò che sento: oggi, ieri, domani, adesso, per sempre, quello che vuoi dire, se è importante, non ha tempo, non ha bisogno di un’occasione per essere tirato fuori perchè non può essere contenuto in un momento.
Le relazioni sentimentali implicano una stima reciproca fra i due soggetti coinvolti; quindi, per stabilire statisticamente quanto è probabile che io rimanga coinvolto in un rapporto del genere, dovrei anzitutto valutare la probabilità che io riesca a stimare un mio simile.
Trovo difficile stimare qualcuno perchè la stima, al giorno d’oggi, la regalano.
Cominci a compiacerti senza motivo quando sei piccolo e gli adulti ti chiedono “Come ti chiami?” e tu pronunci il tuo nome, così potrai raccogliere le loro congratulazioni: “Bravo.”. Non ha senso.
Che scu0la fai? Bravo. Dove abiti? Bravo. Hai fatto i compiti? Si? Bravo. Hai fatto i compiti? No? Bravo!
Ti dicono sempre bravo.
Dopo un centinaio di “Bravo” ti senti un genio.
Una cosa simile accade alla donna, ma durerà tutta la vita: percepisce qualsiasi constatazione come un complimento.
“Sei carina!”
“Grazie”
Pensa sia merito suo, ma ciò non ha senso.
La vanità è un sistema di valutazione meritocratico basato sui canoni estetici della popolazione.
I canoni estetici della popolazione derivano dal contesto sociale in cui nasce e cresce ogni singolo individuo, non a caso vi sono stati periodi storici nei quali le donne grasse erano considerate più attraenti.
Ciò significa che piacere ad un determinato individuo (esteticamente parlando) non può essere un merito, e vestirsi poco o truccarsi molto sono soltanto espedienti che esaltano l’insicurezza dell’individuo.
Vantarsi di essere belli è come vantarsi di essere alti.
Vantarsi di essere belli per via di un ottimo make up, è come vantarsi di essere alti perchè si indossano un paio di tacchi.
Dal punto di vista sociale, questo genere di ragionamenti viene ignorato e le persone si limitano ad incassare complimenti per poi trasformarli in autostima.
Il punto critico della situazione si raggiunge quando le persone belle si vantano effettivamente di essere belle, e quindi pretendono qualcosa in cambio.
Nel mercato, si sa, l’offerta non sussiste senza domanda, e di fatto esistono tante persone che scendono a questo compromesso, pensando che la bellezza sia un valore e facendo di tutto per conquistarla, per poi vantarsene.
Se oggi le persone ostentano valori come la ricchezza, la forza fisica e la bellezza è proprio perchè vi sono altri cretini che apprezzano questi valori, esiste chi è orgoglioso della mafia e vorrebbe farne parte per sentirsi più forte, chi vorrebbe conquistare una modella per sentirsi più bello, e chi vorrebbe sposare un petroliere per sentirsi più ricco: tentativi di colmare le proprie insicurezze.
Quando gli scopi te li detta il contesto, hai perso la tua personalità, e non ha senso perderla così.
Ecco perchè vi ritengo una massa di cretini.
Non tutti. Non pochi.
E questo è un grave problema perchè, per la bassa considerazione che ho delle persone, raramente mi impegno: non sento la necessità di dimostrare niente a nessuno, e anche se lo dimostrassi temo non sarei compreso.
Poi c’è il potenziale di poligamia: per natura provo l’impulso biologico del desiderio verso soggetti dell’altro sesso esteticamente notevoli.
Questo tipo di desiderio penso sia intrinseco alla mia natura di maschio.
O di pervertito.
Sta di fatto che tale impulso lo assecondo ben volentieri in base alle circostanze (etiche o sentimentali).
Allo stesso tempo, però, il sesso è diventato un valore quantitativo perchè le persone possono contare le volte che lo fai, ma non come lo fai e perchè; così ti giudicano per quante volte ti sei accoppiato, e succede che tutti si vogliono accoppiare tanto, perchè partiamo tutti da zero e così non esiste qualcuno migliore di qualcun’altro.
Paradossalmente, quando questo gioco si conclude e si avverte la seria necessità di amare qualcuno, il metro di giudizio viene ribaltato: il numero di accoppiamenti da te effettuati sarà inversamente proporzionale al tuo valore sul mercato.
Non ha senso.
Buffo è come la gente si vittimizzi di fronte agli impulsi biologici, come se il sesso non fosse una scelta arbitraria ma una situazione dettata inesorabilmente dall’organismo umano, tutto per giustificare il sesso con più individui dettato da più situazioni e occasioni.
Così lei mi guarda, io la guardo, ci scambiamo il numero, ci sentiamo, parliamo, ci vediamo, andiamo al cinema, a cena, primo, secondo, terzo, limoncello, vodka, saliamo da me, ci prendiamo per mano, ci abbracciamo, ci baciamo, sul collo e poi sulle labbra, ci spogliamo, ci accarezziamo dove prima non potevamo, elargiamo sesso orale, pretendiamo sesso orale, ci tocchiamo, io entro, tu mi fai entrare.
Ora che faccio? Esco.
Adesso entro di nuovo, esco, rientro, riesco, sto rifacendo la stessa cosa per prendere tempo, non so che si fa a questo punto.
Cambiamo posizione, girati.
Entro, esco, entro, esco, alzati, entro, esco, un altro pò di sesso orale, se no finisce tutto subito, e poi entro, esco, entro, e mi chiedo dove voglio arrivare; poi mi rispondo che di certo non voglio arrivare dentro: esco, vengo.
Ci compiaciamo, è stato stupendo il modo in cui abbiamo attuato un sacco di pratica col fine di logorare l’appagamento della necessità biologica.
Ci puliamo, ci rivestiamo, ci salutiamo, pensiamo che non abbia tanto senso quello che facciamo, ma nell’incertezza continuiamo a farlo.
Lei si vanterà con le sue amiche delle mie abilità nell’entrare e nell’uscire, del mio lavoro ben pagato, dei miei occhi, e dei miei muscoli.
Io mi chiedo dove voglio arrivare, sto ancora prendendo tempo perchè sono arrivato ad un punto morto e devo capire bene la mia strada.
Ci rivediamo, rifacciamo tutto, entro, esco, entro, esco, pulisco, saluto.
Prima o poi però quel punto morto ti sta stretto, così, quasi di spontanea volontà, fai un altro passo e sei arrivato.
Quando sei arrivato, la cosa brutta è che non hai più il tempo di chiederti dove vorresti arrivare.
Adesso la tua vita ha un punto fermo: lei.
Preoccuparsi per una donna significa soprattutto diventare il suo antistress durante il suo ciclo mestruale.
Che poi secondo me le mestruazioni non esistono, sono una leggenda metropolitana, tipo Babbo Natale o Bin Laden.
Non esistono.
Sono una scusa ben congegnata dal genere femminile per giustificare il loro umore altalenante.
Si versano della salsa di pomodoro nelle mutande quando vanno in bagno.
In ogni caso, trovo assolutamente fuori luogo che gli uomini debbano essere comprensivi verso le donne quando queste ultime attraversano un ciclo mestruale: se le donne sclerano, sono gli uomini a subire lo sclero.
Ripeto: se tu sei fonte di un male, e sono io a subire il tuo male, chi deve essere comprensivo verso chi?
Essere comprensivi verso chi genera cazzate potrebbe incoraggiare la gente a fare cazzate, ed è profondamente sbagliato incoraggiare le donne ad essere lunatiche, è assurdo.
Sarebbe come se la gente votasse per la seconda volta un politico che fa cazzate. Impossibile, chi di voi lo farebbe mai?
Un complimento ipocrita, un consenso, una notte di sesso, una crisi nervosa, una persona, situazioni subite che scarabocchieranno pagine nel libro della tua vita.
Vivere troppe situazioni senza un senso, ti fa dimenticare di cercare un senso in quello che vorresti scrivere.
Oggi si parlava di una tizia che si è laureata senza festeggiare, che tipo stava seguendo un corso della specialistica e ha chiesto al professore di uscire dieci minuti, il tempo di andare a laurearsi per poi tornare ai corsi.
Non ha comunicato a nessuno questo evento, tentando di depistare addirittura i genitori per trovarsi completamente sola alla discussione della tesi.
Il suo atteggiamento per quanto mi riguarda stava ad indicare “Non ho un cazzo da festeggiare”, nonostante si sia laureata in tempo.
Personalmente non penso di laurearmi in tempo, a meno che stanotte non decidano di darmi una qualsiasi laurea ad honorem.
La mia carriera didattica è disastrata quasi quanto la vita sociale di chi legge questo blog.
Dico sul serio, la situazione è tragica; se un giorno dovessi laurearmi Siena stamperà delle cartoline per l’occasione, e tu le acquisterai.
Mia nonna ha fatto un voto religioso: se mi laureo, raggiungerà la basilica Santa Cateriniana di San Domenico (Siena) a piedi scalzi.
Io: “Hai più di 80 anni, come pensi di arrivare a Siena a piedi scalzi?”
Nonna: “Ma io mi faccio accompagnare da tua madre con la macchina di fronte la basilica, scendo e ci entro scalza”.
Nonna è un genio.
Doveva iscriversi a ingegneria.
Se si fosse laureata, avrei fatto un voto religioso consistente nel raggiungere la basilica Santa Cateriniana di San Domenico (Siena) a piedi scalzi.
Ing. Nonna: “Dopo aver consultato attentamente Google Maps, ho avuto modo di constatare che Siena dista dal tuo paese di residenza circa 761km nell’ipotesi che tu intraprenda il percorso pedonale più breve, come pensi di arrivarci a piedi scalzi?”
Io: “Mi considero ateo.”
Sono un genio.
Ma col cazzo che mi iscriverei di nuovo a ingegneria.
Comunque non è questo il punto.
Stavo cercando di spiegare quanto festeggiare sia controproducente: comunicare al mondo che le cose ti stanno andando bene comporterà che il mondo comincerà a far di tutto perchè le cose ti vadano male.
Perchè il mondo ti odia.
Statisticamente il nostro umore dovrebbe essere normale, quindi se sei felice probabilmente presto ti accadrà qualcosa di brutto, e poi la gente non vuole mai il tuo bene perchè è invidiosa, quindi gli altri faranno di tutto per complicarti la vita.
Quindi più le cose ti vanno bene, peggio è.
Ad esempio immagino il mio matrimonio con una donna bellissima, solare, simpatica, fantastica; nella migliore delle ipotesi tutti vorranno scoparsi mia moglie.
Ipocrisia, è tutta una presa in giro, andiamo, pensi davvero che la gente sia felice di festeggiarti?
Nel momento in cui qualcuno parteciperà alla tua festa, ti odierà per vari motivi: il menù fisso, le scarpe scomode, il vestito costoso, il menù fisso che sporca le scarpe scomode e il vestito costoso, il regalo.
Il regalo: cioè io dovrei versare una cospicua parte del mio budget di sopravvivenza perchè tu hai raggiunto un successo personale?
Ma che razza di stronzata è?
L’apoteosi del rincoglionimento umano sta nel festeggiare il compleanno: cosa sarebbe, un premio di consolazione per distogliere il mio pensiero dall’avvicinamento alla putrefazione?
Ogni volta che compi gli anni ti avvicini sempre di più alla morte, puntualmente ti ritrovi circondato da persone che si complimentano con te per il lieto proseguire del degradamento del tuo organismo.
Capisci? Tu stai morendo! E, nel giorno in cui dovresti renderti conto di quanto vicino sia la fine, loro ti faranno credere che sei speciale: è un complotto, vogliono distrarti, così tu non farai niente per evitare l’inevitabile.
Perchè poi sono speciale solo in quel giorno?
Negli altri no?
Comunque sia la mia laurea la vedo ancora lontana, quando la vedo; per ora mi preoccupo della sopravvivenza universitaria.
L’universitario ha troppo da fare, anche quando non ha niente da fare, ovvero è pigro.
La spazzatura di solito prende vita e scende le scale da sola, si deposita davanti la porta e aspetta che la nettezza urbana venga a prelevarla.
Con noi non ci vuole stare, dice che siamo sporchi.
Una volta abbiamo pensato di chiamare i GhostBusters per pulire la cucina.
Il mio frigorifero: “Sei tu un Dio?”
Ray: “No…”
Il mio frigorifero: “Allora muori!”
Winston: “Ray, quando qualcuno ti chiede se sei un Dio, tu gli devi dire sì!”
Il frigorifero ha avuto la meglio.
Due cose ti mancano se sei studente fuori sede: una dignità culinaria, e un’igiene decente.
Lo studente è troppo pigro per cucinare, e poi ci sarebbero i piatti da lavare.
Per questo motivo mangia a mensa.
Per lo stesso motivo non pulisce casa, “Non pulisco perchè devo studiare”, pensa fra se e se mentre cazzeggia al computer, e così vive in condizioni igieniche precarie paragonabili solo alle condizioni igieniche della mensa.
Dio solo sa cosa gira nella cucina della mensa.
Dopo l’ultima ispezione dei NAS hanno abbassato il prezzo del pasto, aggiunto un budino e bevande gratuite a volontà: che cazzo significa?
Comunque la fame e la pigrizia hanno sempre la meglio, infatti stasera sono andato a mensa dove posso prendere (al modico prezzo di due euro e cinquanta): 1 primo, 1 secondo, 1 contorno, 1 frutta, 1 dessert.
Però posso cambiare la frutta con un dessert. Idem per il contorno.
Quindi di solito prendo 1 primo, 1 secondo, 3 budini al cioccolato.
Amo il cioccolato.
Da ieri alla cassa hanno messo un tizio calvo che somiglia a Lino Banfi, il quale mi costringe a prendere la frutta al posto del contorno e la frutta al posto della frutta: in pratica non posso avere più di un budino.
Questa regola se l’è inventata lui, oggi sono tornato a casa con un budino e due pere.
Odio sbucciare le pere.
Sarà mica un salutista sfegatato? Non credo, a giudicare dalla sua forma fisica.
Sarà mica che mi odia a prescindere? Può essere.
Sarà mica un frustrato che il giorno della discussione della sua tesi di laurea in ingegneria informatica era pieno di capelli e si sentiva il re del mondo perchè tutti lo festeggiavano ed era fiducioso del fatto che i cinque anni in più che ha impiegato per completare il suo percorso di studi non influissero negativamente sulla sua futura carriera lavorativa e che probabilmente l’Intel o qualsiasi altra azienda leader nel settore l’avrebbe assunto ad occhi chiusi per il titolo di studi che finalmente impugnava, e ora l’unica soddisfazione che può trarre dalla sua vita sta nel privarmi dei budini al cioccolato? Probabile.
Ecco perchè non festeggerò la mia laurea: non voglio diventare calvo.
Il modo più semplice per fare politica è speculare sui problemi della società, fino a raccogliere il consenso della popolazione, per poi trasformarlo in odio e canalizzarlo verso qualcosa o qualcuno.
Hitler così stava conquistando il mondo.
L’odio è il fattore che meglio accomuna gli esseri umani: diamo loro un nemico, e loro si coalizzeranno.
Visto che gli alieni non ci hanno invaso (per il momento) e Hitler è morto (almeno così sembra), ultimamente la gente si coalizza contro le guerre e la fame nel mondo.
Così, navigando su facebook, mi sono imbattuto in questo gruppo:
Sorvoliamo sulla grammatica drammatica.
Notare l’immagine del bambino a destra, messa lì per sensibilizzare le persone.
Trovo sia davvero subdolo cercare di impietosire le persone con messaggi di pura demagogia che non portano a niente.
Mi chiedo il perchè di questo gruppo.
Ma la cosa che mi da più fastidio è il messaggio nel titolo “CONDIVIDI SE SEI DACCORDO”.
Cos’è, bassa psicologia?
La lotta al nulla: chi potrebbe mai essere a favore della fame nel mondo?
Che senso ha?
Allora entro nel gruppo e scrivo in bacheca, fra i tanti messaggi solidali, che io sono a favore di guerre e fame nel mondo.
Esco dal gruppo e non ci penso più.
Poco fa vedo un messaggio in posta, è il fondatore del gruppo:
Sorvoliamo nuovamente sulla grammatica drammatica.
Mi sovviene il messaggio lasciato oggi su quella bacheca, e vado a controllare eventuali reazioni:
Se entri in una chiesa e urli che Dio non esiste, i cattolici sclerano allo stesso modo.
Chi fonda questi gruppi vuole semplicemente mettere in vetrina la sua “sensibilità” per ricevere applausi e approvazioni dal pubblico.
La gente che si unisce e condivide lo fa per sentirsi sensibile almeno quanto il creatore.
Il creatore del gruppo intendo.
Non il Creatore Dio.
Dio non è sensibile perchè non si è iscritto.
E questo spiegherebbe perchè Lui non vuole far cessare le guerre e la fame nel mondo.
Ma questa è un’altra storia.
Tornando a noi, anzi a me, anzi a loro (gli idioti), sono convinto dell’esistenza di persone che sarebbero capaci di sentirsi in colpa se non si unissero a questi cori.
Ma ci sono altri esempi eh.
Sorvoliamo, come sempre, sulla drammatica grammatica del fondatore di turno.
E sorvoliamo anche sul fatto che Dio non si è iscritto nemmeno a questo gruppo, il che potrebbe indurci a pensare che abbia litigato con la Madonna, o qualcosa del genere.
Piuttosto vorrei farvi notare, oltre all’ennesimo esempio di bassa psicologia nel titolo, l’autocelebrazione nella descrizione del gruppo, dove il fondatore mette in evidenza propri nome e cognome, come per dire “L’ho creato io, fatemi i complimenti.”.
BRAVO GIOVANNI! HAI VINTO UNA R MOSCIA!
Visto l’alto tasso di idiozia presente nei social network, qualcuno ha ben pensato di creare gruppi assurdi, del tipo:
dove si può assistere a discussioni filosofiche del genere:
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Eppure qualcuno ci ha creduto:
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Così poco tempo fa, dopo tutti gli “ovvi” gruppi che condannavano gli stupri, qualcuno creò un gruppo Pro-Stupro per divertirsi.
Io voglio sperare che siano solamente pochi idioti a prendere questi gruppi sul serio.
Ecco. Appunto.
A volte mi sembra di vivere in una puntata di South Park.
Al sapore ci si abitua e, dopo un pò, non lo senti più.
Il tuo piatto preferito comincia a sembrarti insipido, così aggiungi sale finchè non diventa troppo.
E te ne accorgi solo quando è troppo.
E ti lamenti.
Poi ti cominci ad abituare al piatto, e dalla carne passi alla pasta.
A volte mischi le pietanze per vedere che sapore hanno, per capire cosa ti piace di più.
Altre volte invece scegli il digiuno: un pò per dimagrire in modo tale da sembrare più bello, un pò per accentuare la fame che farà salire l’indice di gradimento del tuo prossimo pasto, rendendolo importante.
O forse scegli di sopportare la fame semplicemente perchè non ti accontenti degli avanzi.
Però può capitare anche di mangiare a stomaco pieno, senza aver digerito il pasto precedente.
E capisci di aver esagerato.
E te ne penti.
Che forse non si dovrebbe mangiare se non si ha davvero fame.
Per rispetto del cibo, intendo.
Ci sono le volte in cui sbagli a cucinare e te la prendi con te stesso, oppure hai seguito i suggerimenti di qualcuno e te la prendi con qualcuno.
Capita anche che tu lasci l’acqua a bollire, però non trovi la pasta da buttare.
Magari hai tutte le spezie lì, a portata di mano, e pensi di poter servire il piatto perfetto; ma non hai niente da condire questa volta.
E hai fame.
E di fame ci puoi anche morire, dicono.
Basterebbe solo parlare di cucina per farti capire quanto siano contorti gli esseri umani.
Immagino la vita come un grande ristorante dove impieghiamo il nostro tempo a cucinare: noi siamo gli ingredienti, il nostro carattere è il condimento.
Il senso della vita è divorarci a vicenda.
Succede anche di essere assaggiati e poi sputati, allora o si cambia ricetta, o si cambia cliente.
Darebbe un senso alla mia esistenza sapere che sono servito a qualcosa, tipo a non farti morire.
Che di fame ci puoi anche morire, dicono.
L’altra sera cucinavo a fuoco lento e avevo cosparso la piastra di sale.
Sono stato attento però la carne si è attaccata ugualmente alla ghisa, e si è bruciata.
Non ci ho pensato più di tanto: ho pulito la piastra, ho messo la carne nel piatto e, un boccone alla volta, l’ho mangiata.
Se le cose vanno male forse non è colpa tua.
Probabilmente è quella causa di forza maggiore che chiami “sfortuna”.
Il problema sorge se pensi di poter rimediare, e rimani lì a fissare la piastra, a fartene una ragione.
Tutto sta nel rendersi conto, quando, effettivamente, la carne è ormai bruciata.
Se nella vita cerchi di capire qualcosa, è perchè quella cosa non ti va bene così come la stai sentendo.
Dopo che hai cucinato mastichi un pò la carne e in testa provi a convincerti che in fondo non è così male, che il sapore di bruciato lo senti appena.
Perchè è un peccato buttarla dopo tutto il tempo che hai speso per cucinarla.
Se la mia carne è davvero bruciata c’è poco da fare: prima o poi me ne renderò conto.
Ma se amo il sapore del bruciato, non ho voglia di capire il perchè.
Ho voglia di masticarlo.