Un giorno avrai bisogno di stabilità

20/07/2010

Ero afflitto principalmente da un problema: non sapevo cosa fare della mia vita.
I più si lamentano di non riuscire a raggiungere una meta, il mio problema è stato sempre definirne una, e nel mentre gli altri affannavano a dirigersi verso le loro destinazioni piangendosi addosso quando non vi riuscivano, io correvo qua e là, avanti e dietro, per il gusto di muovermi, e di tanto in tanto mi rotolavo sull’asfalto come se stessi andando a fuoco.
Trascorreva la fine di luglio e l’inizio dell’estate nella mia camera universitaria, ancora una volta ridotto a speculare sugli ultimi granelli della clessidra accademica durante i quali tentavo invano di riscattare il risultato di sporadici studi.
Come sempre, ma forse quell’anno un po’ di più, non sapevo cosa avrei voluto fare da grande.
Capivo allo stesso tempo di esserlo, ormai. Capisci di essere grande quando realizzi che certe cose che hai addosso te le porterai dietro per sempre, come le cicatrici che hanno smesso di rimarginarsi, quando ormai è troppo tardi per crescere o per guarire, e certi massi ti pesano perchè vorresti lasciarli per strada, sbarazzartene, nasconderli, come tutte le cose stupide che hai fatto e di cui un po’ te ne vergogni, anche se ti fanno sorridere e sono ormai parte di te. E non puoi farci niente.
Il caldo sembrava sopportabile se paragonato a quello dell’anno passato. Sarà che avevo appena vissuto un mese in un deserto cementificato dove l’aria condizionata era tanto frequente quanto indispensabile da farti desiderare un clima naturale, piacevole o spiacevole che sia.
Ormai da mesi il tempo volava, i piccoli obbiettivi di vita si stavano riducendo a blande speranze di emozioni unite a successi personali conditi di denaro, successi perlopiù degradati dalla non stima reciproca caratterizzante il mio rapporto avverso al mondo.
Il mio cammino era scandito da improvvisi rallentamenti durante i quali adoravo ipnotizzarmi, mi fermavo di colpo a guardare gli altri, come quando rallenti e gli altri corrono più di te. Dal finestrino li osservavo proseguire velocemente mentre pensavo che io no, purtroppo, io non ho fretta. Restare in corsia tanto per. Una parvenza di senso alla propria strada.

- Come va?

Certe domande, e certe risposte, pensavo, non hanno ragione di essere.

- Ho saputo, complimenti, sarai contento.
- Si, abbastanza.
- Ma non ti rendi conto di quanto sei fortunato?
- Onestamente, no. Non mi sento affatto fortunato.
- Sei fatto così, ti scivola sempre tutto addosso.
- Non so se sia colpa mia, o di ciò che mi scivola addosso, sta di fatto che non vorrei essere impermeabile.

Due frasi gelide e abbandonavo così l’ennesimo tentativo di espugnare la mia psiche, convinto dell’inutilità di invadere il vuoto.
Il vuoto ti divora, non puoi prenderne possesso, non puoi capirlo, non puoi dominarlo.
E’ vuoto.
Finiva di sorseggiare il suo tè freddo, mentre io spostavo gli oggetti sulla mia scrivania senza una precisa cognizione, con l’intento di far intendere la mia necessità di rimanere solo, come se dovessi studiare.
Era una di quelle classiche situazioni in cui capisci di non essere il soprammobile ideale, e la tua presenza stona con l’arredamento.
Non puoi restare dove sei.
Da sottofondo alla situazione, un silenzio quasi religioso ritmava il suo cammino verso la porta, durante il quale lei si è girata due volte gettando i suoi occhi nei miei, come per dirmi “Parlami, dimmi cosa c’è” e io affrontavo i suoi sguardi con infantile disinvoltura, quella tipica dei bambini quando negano di aver fatto o detto qualcosa di cui non vogliono più fare o dire.
“Non c’è niente”, rispondevano il mio sguardo, accompagnato da un sorriso mirato a dare l’impressione disinvolta.
Chiudevo la porta, qualche secondo prima di sentire i suoi tacchi scendere i gradini delle scale.
Al terzo gradino si è fermata, come se volesse tornare indietro.
Appoggiato a una parete di distanza ascoltavo con attenzione il suo cammino, poi ripreso e concluso via da lì.

“Non puoi continuare così”, continuava a martellare quella frase nella mia testa, “Un giorno avrai bisogno di una tua stabilità.”
E ben venga quel giorno. Almeno saprò di cosa avrò bisogno.

Comments (1)

“Asciugamani Elettrico”

20/04/2010
L’autista mette la freccia, finalmente si ferma alla stazione di servizio.
Scruto nella tasca dello zaino per prendere il portafogli, e mi capitano fra le mani un paio di stecche di pillole. Ne prendo di tutti i tipi. Il fosforo per studiare, la melatonina per dormire. Soffro d’insonnia: quando dovrei studiare, ho sonno; quando dovrei avere sonno, invece di dormire, studio la vita. L’insonnia è terribile, davvero, per fortuna che esiste la melatonina: non serve ricetta e funziona sufficientemente poco per non insospettirmi sugli effetti collaterali. Sembra innocua, la vendono come camomilla.
Un giorno entro in farmacia e chiedo un pacchetto di melatonina.
Farmacista – Cosa ci devi fare?
Io – Dovrei far esplodere una scuola elementare, con dei bambini dentro, sa com’è.
F – …
I – …
F – L’abbiamo finita.
I – Bene, allora mi dia del tritolo. Ultimamente trovo difficoltà ad addormentarmi. Magari facendo saltare in aria qualche scuola elementare.
F – …
I – In compresse.
Il mio sedile è il più vicino all’uscita, ma una donna mi sperona sorpassandomi.
Comprendo il suo agonismo, ma per quanto possa essere bello il mio sedere, dubito sia in dubbio il mio sesso, quindi perché spingermi? Io miro all’altro bagno.
Qualche anno fa, ma ancora oggi da qualche parte, ricordo che davanti l’entrata della toilette si sedevano le inservienti per percepire le mance. Mance poi, erano obbligatorie, quasi. Se la memoria non mi inganna, qualche volta non mi hanno fatto entrare per non aver pagato il “pedaggio”. Poi anche i cessi degli autogrill divennero politically correct, e ormai da un bel po urinare non costa niente, nei bagni delle stazioni di servizio è possibile urinare gratis. Ma sempre a terra.
Entro in un box e chiudo la porta, ma durante il mio sfogo, delle quindici porte, un cretino ha scelto giusto la mia. Per fortuna ho chiuso a chiave. Purtroppo, però, lui è davvero cretino. Forza la maniglia, spinge, non ne vuole sapere di passare alla porta successiva, così insiste, e dopo cinque lunghissimi secondi di tentativi decido di aiutarlo. mentre con la sinistra reggo l’attrezzo, con la destra apro la porta e lo invito ad entrare.
“Dai, entra.”
Lui mi guarda un po imbarazzato, vorrebbe dire scusa ma il mio atteggiamento altamente indifferente lo catapulta in un clima di accoglienza surreale:
“Potresti chiudere la porta? C’è corrente.” gli dico, mentre mi sposto di un passo verso sinistra per fargli posto.
Quasi incredulo rimane lì a fissarmi, vorrebbe dire qualcosa, tipo scusa, ma non lo fa, trattiene una risata tentando di forzare lo sguardo dispiaciuto.
E se ne va senza neanche salutarmi.
Dopo essermi lavato le mani, mi avvicino ai due asciugamani elettrici appesi al muro. Nei Casinò ne ho visti di nuovi tipi. Sono degli aggeggi strani, praticamente ci infili le mani dentro e, non solo ricevi il getto di aria calda, ma c’è anche un aspiratore che risucchia l’acqua. Fantastico. Chissà quando le vedremo queste cose in un autogrill.
Insomma, ci sono due asciugamani elettrici, ed essendo solo al momento ne uso uno per la mano sinistra e uno per la mano destra, allargando le braccia come se stessi vivendo un delirio di onnipotenza.
Dopo un minuto mi accorgo di un signore dietro di me, sulla cinquantina, che aspetta pazientemente dietro di me. Senza dirmi niente. Ma cos’ha la gente in testa?
Passo per il negozio dell’autogrill, ogni prezzo sembra sempre più conveniente, ma se ci pensi è carissimo rispetto a qualsiasi altro posto del mondo. Tranne i Casinò, ovviamente, lì devono essere ancora più alti per permettersi quelle asciugatrici. Nel mentre mi chiedo quando metteranno le slot machines nelle toilette degli autogrill.
Ora risalgo sul pullman. Quasi quasi, per ammazzare il tempo, scriverò un articolo su questi pensieri sconnessi.
Comments (3)

I budini al cioccolato

31/10/2009

Oggi si parlava di una tizia che si è laureata senza festeggiare, che tipo stava seguendo un corso della specialistica e ha chiesto al professore di uscire dieci minuti, il tempo di andare a laurearsi per poi tornare ai corsi.
Non ha comunicato a nessuno questo evento, tentando di depistare addirittura i genitori per trovarsi completamente sola alla discussione della tesi.
Il suo atteggiamento per quanto mi riguarda stava ad indicare “Non ho un cazzo da festeggiare”, nonostante si sia laureata in tempo.
Personalmente non penso di laurearmi in tempo, a meno che stanotte non decidano di darmi una qualsiasi laurea ad honorem.
La mia carriera didattica è disastrata quasi quanto la vita sociale di chi legge questo blog.
Dico sul serio, la situazione è tragica; se un giorno dovessi laurearmi Siena stamperà delle cartoline per l’occasione, e tu le acquisterai.
Mia nonna ha fatto un voto religioso: se mi laureo, raggiungerà la basilica Santa Cateriniana di San Domenico (Siena) a piedi scalzi.

Io: “Hai più di 80 anni, come pensi di arrivare a Siena a piedi scalzi?”
Nonna: “Ma io mi faccio accompagnare da tua madre con la macchina di fronte la basilica, scendo e ci entro scalza”.

Nonna è un genio.
Doveva iscriversi a ingegneria.
Se si fosse laureata, avrei fatto un voto religioso consistente nel raggiungere la basilica Santa Cateriniana di San Domenico (Siena) a piedi scalzi.

Ing. Nonna: “Dopo aver consultato attentamente Google Maps, ho avuto modo di constatare che Siena dista dal tuo paese di residenza circa 761km nell’ipotesi che tu intraprenda il percorso pedonale più breve, come pensi di arrivarci a piedi scalzi?”
Io: “Mi considero ateo.”

Sono un genio.
Ma col cazzo che mi iscriverei di nuovo a ingegneria.
Comunque non è questo il punto.
Stavo cercando di spiegare quanto festeggiare sia controproducente: comunicare al mondo che le cose ti stanno andando bene comporterà che il mondo comincerà a far di tutto perchè le cose ti vadano male.
Perchè il mondo ti odia.
Statisticamente il nostro umore dovrebbe essere normale, quindi se sei felice probabilmente presto ti accadrà qualcosa di brutto, e poi la gente non vuole mai il tuo bene perchè è invidiosa, quindi gli altri faranno di tutto per complicarti la vita.
Quindi più le cose ti vanno bene, peggio è.
Ad esempio immagino il mio matrimonio con una donna bellissima, solare, simpatica, fantastica; nella migliore delle ipotesi tutti vorranno scoparsi mia moglie.
Ipocrisia, è tutta una presa in giro, andiamo, pensi davvero che la gente sia felice di festeggiarti?
Nel momento in cui qualcuno parteciperà alla tua festa, ti odierà per vari motivi: il menù fisso, le scarpe scomode, il vestito costoso, il menù fisso che sporca le scarpe scomode e il vestito costoso, il regalo.
Il regalo: cioè io dovrei versare una cospicua parte del mio budget di sopravvivenza perchè tu hai raggiunto un successo personale?
Ma che razza di stronzata è?
L’apoteosi del rincoglionimento umano sta nel festeggiare il compleanno: cosa sarebbe, un premio di consolazione per distogliere il mio pensiero dall’avvicinamento alla putrefazione?
Ogni volta che compi gli anni ti avvicini sempre di più alla morte, puntualmente ti ritrovi circondato da persone che si complimentano con te per il lieto proseguire del degradamento del tuo organismo.
Capisci? Tu stai morendo! E, nel giorno in cui dovresti renderti conto di quanto vicino sia la fine, loro ti faranno credere che sei speciale: è un complotto, vogliono distrarti, così tu non farai niente per evitare l’inevitabile.
Perchè poi sono speciale solo in quel giorno?
Negli altri no?
Comunque sia la mia laurea la vedo ancora lontana, quando la vedo; per ora mi preoccupo della sopravvivenza universitaria.
L’universitario ha troppo da fare, anche quando non ha niente da fare, ovvero è pigro.
La spazzatura di solito prende vita e scende le scale da sola, si deposita davanti la porta e aspetta che la nettezza urbana venga a prelevarla.
Con noi non ci vuole stare, dice che siamo sporchi.
Una volta abbiamo pensato di chiamare i GhostBusters per pulire la cucina.

Il mio frigorifero: “Sei tu un Dio?”
Ray: “No…”
Il mio frigorifero: “Allora muori!”
Winston: “Ray, quando qualcuno ti chiede se sei un Dio, tu gli devi dire sì!”

Il frigorifero ha avuto la meglio.
Due cose ti mancano se sei studente fuori sede: una dignità culinaria, e un’igiene decente.
Lo studente è troppo pigro per cucinare, e poi ci sarebbero i piatti da lavare.
Per questo motivo mangia a mensa.
Per lo stesso motivo non pulisce casa, “Non pulisco perchè devo studiare”, pensa fra se e se mentre cazzeggia al computer, e così vive in condizioni igieniche precarie paragonabili solo alle condizioni igieniche della mensa.
Dio solo sa cosa gira nella cucina della mensa.
Dopo l’ultima ispezione dei NAS hanno abbassato il prezzo del pasto, aggiunto un budino e bevande gratuite a volontà: che cazzo significa?
Comunque la fame e la pigrizia hanno sempre la meglio, infatti stasera sono andato a mensa dove posso prendere (al modico prezzo di due euro e cinquanta): 1 primo, 1 secondo, 1 contorno, 1 frutta, 1 dessert.
Però posso cambiare la frutta con un dessert. Idem per il contorno.
Quindi di solito prendo 1 primo, 1 secondo, 3 budini al cioccolato.
Amo il cioccolato.
Da ieri alla cassa hanno messo un tizio calvo che somiglia a Lino Banfi, il quale mi costringe a prendere la frutta al posto del contorno e la frutta al posto della frutta: in pratica non posso avere più di un budino.
Questa regola se l’è inventata lui, oggi sono tornato a casa con un budino e due pere.
Odio sbucciare le pere.
Sarà mica un salutista sfegatato? Non credo, a giudicare dalla sua forma fisica.
Sarà mica che mi odia a prescindere? Può essere.
Sarà mica un frustrato che il giorno della discussione della sua tesi di laurea in ingegneria informatica era pieno di capelli e si sentiva il re del mondo perchè tutti lo festeggiavano ed era fiducioso del fatto che i cinque anni in più che ha impiegato per completare il suo percorso di studi non influissero negativamente sulla sua futura carriera lavorativa e che probabilmente l’Intel o qualsiasi altra azienda leader nel settore l’avrebbe assunto ad occhi chiusi per il titolo di studi che finalmente impugnava, e ora l’unica soddisfazione che può trarre dalla sua vita sta nel privarmi dei budini al cioccolato? Probabile.
Ecco perchè non festeggerò la mia laurea: non voglio diventare calvo.

Comments (9)

Incendi

11/09/2009

Lo champagne, la gente che applaudiva: non dimenticherò mai la prima volta che ho fatto l’amore.
Eravamo nudi, abbracciati, accanto ad un bosco che stava andando a fuoco.
Si chiamava Teresa, quelle rare volte che si chiamava da sola: soffriva di schizofrenia, probabilmente l’aveva ereditata dal suo papà.
Aveva avuto un’infanzia difficile caratterizzata da un burrascoso rapporto con i genitori: “Ucciderò tuo padre”, continuava a ripeterle suo padre.
Sua madre, quando trovava il coraggio, provava a prendere le difese del marito: “Cosa ti sei fatto di così terribile da volerti uccidere? Lasciati stare!” gli urlava con un tono misto fra disperazione e rabbia.
E Teresa, confusa, si chiamava in aiuto: “Teresa!? Teresa! Teresa?”.
Ma non si rispondeva.

La notai in una notte di pioggia, sull’autostrada.
Lavorava per l’ANAS, faceva il cartello stradale dei lavori in corso insieme ad un triangolo, una pala, e una montagnella di terra.
Il suo sogno nel cassetto era diventare un semaforo, ma la carriera le fu stroncata a causa di un ingiusto licenziamento: si avvalse del diritto allo sciopero il giorno di Ferragosto, rendendosi così responsabile del tamponamento a catena di centoquattordici automobili e un monopattino.
Tutto sommato le andò bene, visto che il triangolo fu condannato per omicidio plurimo ai lavori forzati in un libro di geometria.

Era una ragazza timida e dolce, ma dimostrava una grande forza interiore quando doveva combattere contro la stitichezza.
Lo champagne, la gente che applaudiva: non dimenticherò mai quella volta che andò di corpo.
Teresa parlava poco, e anche io ero introverso, così al nostro primo appuntamento stemmo in silenzio, tutta la sera, e fu fantastico guardarci negli occhi senza sentire il bisogno di dire qualcosa per sentirci a nostro agio.
Non aprimmo bocca per ore, così cominciai a pensare che anche lei portasse un apparecchio ortodontico.
Facevamo lunghe passeggiate nei boschi, e nei nostri occhi c’era il fuoco, tanto fuoco, incendi: condividevamo una sadica passione per la piromania.
Sentivo che era diversa da tutte le altre perchè mi capiva al volo, non c’era bisogno che le spiegassi niente, sembrava mi leggesse nel pensiero.
Per il nostro primo anniversario andammo ad appiccare incendi in Cina: l’undici settembre, si sa, è una data famosa in tutto il mondo perchè è la festa dei pompieri della Repubblica Popolare Cinese.
Approfittammo dell’occasione per dare fuoco a uno Zoo; fu una bella esperienza, nonostante il panda che, allarmato dall’incendio che stava devastando il suo corpo, terminò la propria fuga su un folto gruppo di turisti.
Le persone presero fuoco a loro volta, così la gente impazzì e, in preda al dolore, correva a destra e a manca mentre bruciava; fortunatamente fu tempestivo l’intervento delle forze dell’ordine, e la folla fu repressa ben presto nel sangue.
Lo champagne, la gente ustionata sopravvissuta che applaudiva: non dimenticherò mai quando hanno ammazzato il Panda.
Gli anni volarono, i boschi bruciarono, e qualcosa cambiò.
Non ci bastavamo più.
Se prima era importante stare insieme, e non importava dove e come, adesso cercavamo altro.
Con Teresa cominciammo a litigare senza motivo, per cretinate, per non annoiarci, per verificarci.
Sentivo che si stava allontanando lentamente da me, la ignorai per una settimana, mi ero scordato della sua esistenza: fu così che la mia tartaruga scappò di casa.
E neanche Teresa si faceva più sentire, ero rimasto solo, senza nessuno.
Scappavano via da me come se avessi dato loro fuoco.
Reagii male e cercai la soluzione nell’alcool.
La situazione degenerò quando mi presentai ubriaco alle nozze d’argento dei suoi genitori: mentre il padre di Teresa litigava con se stesso, e la moglie tentava di dividerlo, io rotolai giù dalle scale a chiocciola rubando la scena allo schizofrenico.
Mi vergognai tantissimo, così promisi a me stesso che mai più sarei andato alle nozze d’argento di qualcuno.
Litigammo, gridammo, non mi feci sentire per una settimana, finchè una sera Teresa si presentò a casa mia dicendo di volermi lasciare.

Io: “Non può finire tutto così, se quello che c’è stato fra noi era vero. Allora mi hai preso in giro? Non mi amavi?”
Teresa: “Io ti amavo, ma tu sei cambiato e il sentimento che c’era fra noi ormai non è più lo stesso.”
Io: “Posso cambiare ancora, allora, tornerò come prima, diventerò quello che vuoi, dammi solo un’altra possibilità, un pò di tempo…”
Teresa: “Tu non devi cambiare. Mi sono innamorata di te per quello che eri. Non voglio un burattino che faccia quello che voglio.”

Impetuosamente le bloccai le mani e la baciai, per sentire se ancora bruciava, ma le sue labbra avevano il sapore della brace.
Facemmo l’amore, furono i trentasette secondi più belli della mia vita.
Poi continuammo a discutere, io urlavo e piangevo, lei invece era impassibile, non versò una lacrima, aveva gli occhi chiusi, russava.
Ma sentivo che dentro stava gridando dal dolore.
I nostri incendi ormai erano spenti, rimase solo il ricordo del fuoco e la terra bruciata.

Comments (8)

Respirazione artificiale

02/09/2009

Morire non è poi così male, ho passato momenti peggiori.
Tipo quel periodo durante il quale trovavo sessualmente attraente Tonio Cartonio del Fantabosco.
E lui neanche mi guardava.
Prima di passare all’altro mondo ti viene concesso qualche minuto per riflettere sulle situazioni lasciate in sospeso: un’occasione come un’altra per incazzarti.
Mi sono venute in mente tante cose: numeri mai chiamati, libri abbandonati degradati a soprammobili, film interrotti dalle mie palpebre, persone vissute a metà.
E poi ci sono quelli che ti hanno voluto davvero bene, non perchè erano condizionati, ma perchè ti amavano davvero.
I miei genitori adottivi, ad esempio.
Li ricordo con particolare simpatia perchè soffrivano di misofobia: erano soliti a diventare violenti qualora trascurassi la mia igiene personale.
Se ne preoccupavano così tanto da finire col non curare la fase di tossicodipendenza che stavo attraversando.
Ricordo a tal proposito che un giorno, mentre tornavo dalla scuola serale con la mia bicicletta, Dodò dell’Angelo Azzurro attraversò d’improvviso la strada costringendomi ad un repentino cambio di traiettoria; sterzai bruscamente per evitare il pennuto immaginario finendo in un fosso pieno di fango.
Con addosso rassegnazione e una miscela composta da materiale solido finemente disperso e da una quantità relativamente piccola di liquido, derivata principalmente, ma non necessariamente, da sedimentazione (fango, preso da Wikipedia), proseguii verso casa, conscio delle violenze che avrei dovuto subire da lì a poco.
Varcato l’ingresso della mia abitazione, notai con grande stupore che i miei genitori adottivi non esistevano.
E che l’effetto dell’LSD stava per terminare.
In preda alla confusione mi accorsi di essere in preda alla confusione.
Non feci in tempo ad abbassare lo sguardo che notai di aver sporcato il pavimento, e fu a quel punto che sentii una pesante mano poggiarsi sulla mia spalla destra, come per richiamare la mia attenzione.
Potete immaginare il mio stupore nel notare in casa mia un estraneo calvo, palestrato, con una canottiera bianca che mi guardava minacciosamente.
Cioè, vi è mai capitato di essere guardati minacciosamente da una canottiera?
Senza drogarvi, intendo.
Comunque, era Mastro Lindo (l’estraneo intendo, non la canottiera), incazzato nero: aveva appena finito di lavare a terra.
In preda alla rabbia si accorse di essere in preda alla rabbia.
Così picchiò prima me, e poi la rabbia.
Per farmi perdonare, concessi (e non “concedetti”) a Mastro Lindo il mio posto di bidello alla scuola serale.
Probabilmente da questo episodio derivò la mia fobia verso i detersivi.
Molte persone sostengono che quando muori una grande luce si avvicina verso di te, fino ad abbagliarti; e quando è giunta a toccarti, non si sa cosa succeda.
Penso che sia vero, soprattutto se il tuo decesso avviene alle tre di notte, per mezzo del paraurti di uno Scania.
O almeno questo è quanto mi è successo.
La mia colpa di trovarmi in mezzo alla strada è fuori discussione, ma non capisco perchè quando stanno per investirti, invece di frenare, gli autisti accendono gli abbaglianti.
Cos’è, un gioco?
“Attenzione: sto per investirti. Intanto ti abbaglio, altrimenti ti viene troppo facile sopravvivere.”
Varcata la soglia celeste, sentivo un grandissimo senso di colpa: in un primo momento ho pensato fosse il frutto di anni ed anni di masturbazione, sesso orale e post blasfemi.
Poi mi sono ricordato di aver lasciato il gas aperto.
Mi trovo di fronte a San Pietro, il quale somiglia stranamente a Ridge di Beautiful.

Ridge: “Vieni avanti, figliolo”
Io, perlpesso, avanza verso Ridge di Beautiful
Ridge: “Qualche problema?”
Io: “No è solo che… le sue sembianze…”
Ridge: “Ah capisco. Posso assumere qualunque altra forma per farti sentire a tuo agio.”
Io: “Uhm… un caciocavallo?”
Caciocavallo: “Così va meglio?”
Io: “Si, grazie. Posso assaggiarla?”
Caciocavallo: “No”
Io: “Suvvia, non faccia il prezioso”
Caciocavallo: “Piantala. Vedi quella luce che sta venendo verso di te, da destra? Va verso di lei e troverai le tue risposte.”
Io si avvia verso la luce e viene investito da un camion.
Caciocavallo: “Ahahahahahaha coglione! Siamo in un tipo di intersezione a raso fra due o più strade (rotatoria, San Pietro usa Wikipedia).”
Io: “Divertente.”
Caciocavallo: “Ah, quasi dimenticavo: tuo fratello è stato qui poco fa. Ti manda affanculo, per quella storia del gas. Ha detto che avresti capito.”
Caciocavallo sparisce.

In quel momento mi apparse il Sommo.
Siamo davvero fatti a sua immagine e somiglianza, ed è lì che sta tutto il senso della vita: Lui è un gatto.
Un gatto nero.
Io i gatti non li ho mai capiti: aspettano l’ultimo secondo per attraversare la strada.
A volte ce la fanno, a volte ci ripensano e tornano indietro, altre volte vengono investiti da qualcosa e ci rimangono.
Ora però era tutto chiaro: non potrebbe essere altrimenti perchè è la loro natura.
Ed è per questo che nella vita aspettiamo l’ultimo momento per trovare il coraggio di prendere certe decisioni, però a volte è troppo tardi e il tempo ci fa secchi.
Ma prima o poi devi attraversare i rischi se vuoi arrivare da qualche parte, e il destino è questione di attimi.

Comments (5)

La mia ex ragazza

19/08/2009

Siete mai stati innamorati?
Io non lo so.
Come potrei sapere se siete mai stati innamorati?
Ma che cazzo volete da me?
Insomma, lei mi faceva impazzire: era solita a nascondere i miei psicofarmaci.
Provava un sadico piacere nell’osservarmi in preda alle convulsioni.
La incontrai in una comunità di recupero per alcolisti anonimi, nella quale entrai per sbaglio perchè persi il controllo dell’auto.
Ero ubriaco, ma ciò non giustifica quel muro che mi tagliò la strada improvvisamente.
Sfondai l’ingresso principale della struttura ed ebbi una visione angelica: pallone d’oro a Del Piero.
Poi ripresi conoscenza.
Fu allora che la vidi per la prima volta, era la direttrice della comunità.
O almeno questo mi raccontava quando era ubriaca.
Comunque non l’ho mai giudicata per il suo alcolismo perchè era costretta a convivere con un grande problema: era grassa.
Era enorme, giuro.
Ogni volta che lei cadeva, Berlusconi spostava il G8.
Un giorno promisi a me stesso di aiutarla, poi però hanno inventato facebook e quindi ho passato il mio tempo ad iscrivermi e creare gruppi con la convinzione di cambiare il mondo.
Fondai un gruppo per farla dimagrire, ma non perse un grammo nonostante fossimo più di mille iscritti.
Strano.
Provò con l’atletica leggera ma lei era troppo pesante: quando scendeva in pista, provocava traffico.
L’ANAS piazzò una telecamera per monitorare le code di alteti che venivano a crearsi.
Fu necessario costruire una corsia d’emergenza, ma l’appalto fu vinto dalla ditta incaricata di terminare la Salerno – Reggio Calabria, così le corsie furono dimezzate.
Lei era speciale.
Non mi importava che fosse antiestetica, volevo viverla ogni secondo che potevo.
Ed era pazza di me.
Dopo che aveva raggiunto l’orgasmo, ansimava per ore: asma bronchiale.
Una volta prenotammo un volo low-cost e volammo ad Amsterdam per cinque euro.
L’aereo faceva così schifo che i terroristi si rifiutarono di salire a bordo.
Ma fu inutile: dopo qualche minuto, un aereo andò a schiantarsi contro di loro.
Si scoprì che il pilota era ubriaco, ma la colpa fu data ad un presunto muro che gli tagliò la strada.
Comunque il week-end fu piacevole.
Ricordo che nel Red Light District vidi una ragazza in vetrina, e provai a sfondarla.
La vetrina, non la ragazza.
Tutto questo suscitò un certo disappunto nella ragazza: di solito i passanti ambivano a sfondare lei.
Non so il perchè di quel folle gesto, però ricordo di un muro che mi tagliò la strada, e che ero ubriaco.
Ogni tanto litigavamo per sciocchezze: le piaceva fare sesso sul mio letto, senza il mio permesso.
Mi lasciò perchè aveva paura di innamorarsi seriamente, e quindi di non potermi lasciare.
Come se io mi suicidassi per paura di morire.
Come se io non mi rialzassi per paura di cadere.
Certo, questa motivazione ha un filo logico.
Lo stesso filo logico dei sentimenti.
Spero di aver reso l’idea.
Poi non l’ho più sentita, è sparita così, nel nulla.
Mi hanno detto che ha trovato lo scopo della sua vita, e sono contento per lei: si è unita ad una setta che pratica un insolito rituale.
Si traveste da muro e taglia la strada alla gente ubriaca.
Roba da non credere.
Comunque, se stai leggendo, ti auguro tutto il bene di questo mondo, compreso un cazzo di muro che ti tagli la strada mentre sei ubriaca, e ti faccia andare a sbattere contro qualcosa, un pò come è successo a me.
Qualsiasi cosa questa frase voglia significare.

Comments (2)

Fiammetta

11/07/2009

La vita non è come negli spot della Tim.
Alan alla batteria, Luca al basso, Marco voce e chitarra, Fiammetta alla cassa.
Fiammetta faceva la cassiera, lavorava in nero per un pub frequentato prevalentemente da extracomunitari alcolizzati.
La pagavano così poco che ha deciso di mettersi in viaggio con tre sconosciuti per suonare nei locali.
Si spostano con un furgoncino di vecchia data, appena riverniciato rosso e blu.
Il loro repertorio consiste in un remake di “Con te partirò”.
E basta.
Per seguire la strada che hanno scelto i nostri eroi è indispensabile l’uso di droghe, ma questo aspetto della loro vita non ci verrà mostrato in televisione, probabilmente perchè viviamo in un paese di bigotti cattolici moralisti.
Marco è caduto in depressione dopo che il tastierista lo ha mollato.
Per lui è stata una botta tremenda poichè, qualche mese prima, era stato lasciato da Valentina, la sua ex ragazza figa.
In preda alla disperazione, Marco voce e chitarra fu trasportato dal suo tastierista nel folle mondo dell’omosessualità.
Il tastierista, dopo aver deflorato multiple volte la voce della band, è infine scappato a capoverde dando buca a tutti.
I tre aspiranti punkabestia ci proveranno con Fiammetta per tutto il viaggio.
La ragazza invita qualcuno a spalmarle la crema e Marco, che intanto si è innamorato di Fiammetta, si propone subito, ma Alan gli fa notare che lui deve scrivere il pezzo.
Luca non conta un cazzo, ma questo si capisce dall’inizio.
Alan, mentre spalmerà la crema sulla schiena della ragazza, farà scendere le mani nelle zone proibite di Fiammetta, che lo lascerà fare.
Marco non si accorgerà di niente perchè impegnato a scrivere il nuovo pezzo.
Il nuovo pezzo si chiamerà guarda caso “Vivo per Lei” e la Tim Band lo canterà insieme a Giorgia, cameriera sottopagata del pub dove Fiammetta lavorava come cassiera.
Andrea Bocelli farà causa alla Tim Band, ma le due parti patteggieranno: come indennizzo Andrea Bocelli riceverà cento euro di ricarica, messaggi gratis verso tutti i numeri Tim per un mese, autoricarica di dieci centesimi per ogni minuto di chiamate ricevute e un perizoma di Fiammetta.
La Tim Band si scioglierà, ma riceverà un contratto dalla Wind, e si chiamerà inspiegabilmente Vodafone Band.
La Vodafone Band distrubuirà volantini davanti al Conad di Piazza Giacomo Matteotti (Siena), finchè, un giorno, Marco noterà che Alan sta spalmando la crema solare nelle zone proibite di Fiammetta, all’ingresso del Conad.
Marco, sull’orlo di una crisi di nervi, lancerà con rabbia insulti verso Alan e la troia, dando ad Alan della troia.
In seguito a questo litigio i tre si divideranno.
Valentina tornerà da Marco, si sposeranno e cresceranno insieme il loro figlio di colore.
Fiammetta aveva l’AIDS ma non l’aveva detto a nessuno.
Alan risponderà bene alla terapia antiretrovirale, e condurrà una vita pressochè normale.
Fiammetta verrà mollata da Alan non appena lei sarà entrata nel terzo stadio del virus: diarrea cronica prolungata per oltre un mese, gravi infezioni batteriche e tubercolosi.
Morirà a 31 anni, le sue ultime parole saranno “ciao ciao”.
Luca invece… beh di Luca non frega un cazzo a nessuno, s’era capito.
Ecco, secondo me la vita va più o meno così.

Comments (8)