La questione interventismo

23/09/2009

Esiste un paese (non il nostro) dove i diritti umani non vengono rispettati e la gente muore per un si e per un no, spesso ingiustamente.
Quando si parla di interventismo, l’animo politico della popolazione si manifesta inevitabilmente.
Possiamo suddividere l’opinione politica italiana principalmente in due fazioni: la destra e la sinistra.
Le persone di destra, detti anche fascisti, sono a favore dell’intervento in guerra, in quanto ritengono inferiore la cultura di quel paese e quindi necessario un cambiamento, anche a costo di usare la forza.
I militanti di sinistra, detti anche nazionalisti, sono contrari all’interventismo, nonostante la questione dei diritti umani e della gente che muore, perchè non è affar nostro ciò che succede negli altri paesi, e la guerra non è mai una soluzione.
Tranne se si parla del ventennio: in quell’occasione, l’uso della forza era più che lecito.
Vuoi o non vuoi, in guerra il morto ci scappa sempre, e questo comporta ulteriori divergenze d’opinone.
I fascisti vorrebbero per i combattenti defunti un trattamento speciale, tipo un funerale di stato; i nazionalisti, invece, affermano che la morte in guerra non valga meno delle altri.
In pratica, non esistono morti di serie A e morti di serie B: ogni vita ha lo stesso valore, indipendentemente dal mestiere che facevi.
Concludendo, secondo la sinistra:
- La morte di un partigiano vale quanto quella di un poliziotto.
- Se Hitler non avesse invaso la Polonia, poteva anche sterminare gli ebrei indisturbato: non saremmo dovuti intervenire, anzi era nostro dovere rispettare la loro cultura. O quantomeno assistere senza muovere un dito.
- Dobbiamo impegnarci affinchè i diritti umani vengano osservati nel nostro paese, ciò che succede altrove non ci riguarda.
- L’uso della forza è consentito esclusivamente nel caso in cui vi sia una dittatura, ma soltanto in Italia.
- Se in Italia ci fosse stato il petrolio, gli Americani non sarebbero dovuti intervenire durante la seconda guerra mondiale, per coerenza.

Pace.

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Incendi

11/09/2009

Lo champagne, la gente che applaudiva: non dimenticherò mai la prima volta che ho fatto l’amore.
Eravamo nudi, abbracciati, accanto ad un bosco che stava andando a fuoco.
Si chiamava Teresa, quelle rare volte che si chiamava da sola: soffriva di schizofrenia, probabilmente l’aveva ereditata dal suo papà.
Aveva avuto un’infanzia difficile caratterizzata da un burrascoso rapporto con i genitori: “Ucciderò tuo padre”, continuava a ripeterle suo padre.
Sua madre, quando trovava il coraggio, provava a prendere le difese del marito: “Cosa ti sei fatto di così terribile da volerti uccidere? Lasciati stare!” gli urlava con un tono misto fra disperazione e rabbia.
E Teresa, confusa, si chiamava in aiuto: “Teresa!? Teresa! Teresa?”.
Ma non si rispondeva.

La notai in una notte di pioggia, sull’autostrada.
Lavorava per l’ANAS, faceva il cartello stradale dei lavori in corso insieme ad un triangolo, una pala, e una montagnella di terra.
Il suo sogno nel cassetto era diventare un semaforo, ma la carriera le fu stroncata a causa di un ingiusto licenziamento: si avvalse del diritto allo sciopero il giorno di Ferragosto, rendendosi così responsabile del tamponamento a catena di centoquattordici automobili e un monopattino.
Tutto sommato le andò bene, visto che il triangolo fu condannato per omicidio plurimo ai lavori forzati in un libro di geometria.

Era una ragazza timida e dolce, ma dimostrava una grande forza interiore quando doveva combattere contro la stitichezza.
Lo champagne, la gente che applaudiva: non dimenticherò mai quella volta che andò di corpo.
Teresa parlava poco, e anche io ero introverso, così al nostro primo appuntamento stemmo in silenzio, tutta la sera, e fu fantastico guardarci negli occhi senza sentire il bisogno di dire qualcosa per sentirci a nostro agio.
Non aprimmo bocca per ore, così cominciai a pensare che anche lei portasse un apparecchio ortodontico.
Facevamo lunghe passeggiate nei boschi, e nei nostri occhi c’era il fuoco, tanto fuoco, incendi: condividevamo una sadica passione per la piromania.
Sentivo che era diversa da tutte le altre perchè mi capiva al volo, non c’era bisogno che le spiegassi niente, sembrava mi leggesse nel pensiero.
Per il nostro primo anniversario andammo ad appiccare incendi in Cina: l’undici settembre, si sa, è una data famosa in tutto il mondo perchè è la festa dei pompieri della Repubblica Popolare Cinese.
Approfittammo dell’occasione per dare fuoco a uno Zoo; fu una bella esperienza, nonostante il panda che, allarmato dall’incendio che stava devastando il suo corpo, terminò la propria fuga su un folto gruppo di turisti.
Le persone presero fuoco a loro volta, così la gente impazzì e, in preda al dolore, correva a destra e a manca mentre bruciava; fortunatamente fu tempestivo l’intervento delle forze dell’ordine, e la folla fu repressa ben presto nel sangue.
Lo champagne, la gente ustionata sopravvissuta che applaudiva: non dimenticherò mai quando hanno ammazzato il Panda.
Gli anni volarono, i boschi bruciarono, e qualcosa cambiò.
Non ci bastavamo più.
Se prima era importante stare insieme, e non importava dove e come, adesso cercavamo altro.
Con Teresa cominciammo a litigare senza motivo, per cretinate, per non annoiarci, per verificarci.
Sentivo che si stava allontanando lentamente da me, la ignorai per una settimana, mi ero scordato della sua esistenza: fu così che la mia tartaruga scappò di casa.
E neanche Teresa si faceva più sentire, ero rimasto solo, senza nessuno.
Scappavano via da me come se avessi dato loro fuoco.
Reagii male e cercai la soluzione nell’alcool.
La situazione degenerò quando mi presentai ubriaco alle nozze d’argento dei suoi genitori: mentre il padre di Teresa litigava con se stesso, e la moglie tentava di dividerlo, io rotolai giù dalle scale a chiocciola rubando la scena allo schizofrenico.
Mi vergognai tantissimo, così promisi a me stesso che mai più sarei andato alle nozze d’argento di qualcuno.
Litigammo, gridammo, non mi feci sentire per una settimana, finchè una sera Teresa si presentò a casa mia dicendo di volermi lasciare.

Io: “Non può finire tutto così, se quello che c’è stato fra noi era vero. Allora mi hai preso in giro? Non mi amavi?”
Teresa: “Io ti amavo, ma tu sei cambiato e il sentimento che c’era fra noi ormai non è più lo stesso.”
Io: “Posso cambiare ancora, allora, tornerò come prima, diventerò quello che vuoi, dammi solo un’altra possibilità, un pò di tempo…”
Teresa: “Tu non devi cambiare. Mi sono innamorata di te per quello che eri. Non voglio un burattino che faccia quello che voglio.”

Impetuosamente le bloccai le mani e la baciai, per sentire se ancora bruciava, ma le sue labbra avevano il sapore della brace.
Facemmo l’amore, furono i trentasette secondi più belli della mia vita.
Poi continuammo a discutere, io urlavo e piangevo, lei invece era impassibile, non versò una lacrima, aveva gli occhi chiusi, russava.
Ma sentivo che dentro stava gridando dal dolore.
I nostri incendi ormai erano spenti, rimase solo il ricordo del fuoco e la terra bruciata.

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