I panni dalla finestra

 

Terzo Superiore.
Mia madre insegnava nel mio stesso istituto, ed era conosciuta come una strega: infatti era nota per picchiare (non sto scherzando) gli alunni. Era nota anche per irrompere nelle classi che non le riguardavano, quando erano scoperte o quando i professori permettevano di fare casino, e metteva note sugli altri registri. Quando si faceva viva lei nei corridoi, tutti rientravano in classe immediatamente. I primi giorni non capivo perchè, poi me ne resi conto anche io.
Beh il mio vecchio istituto è situato in un edificio di 3 piani:
3 – Liceo Linguistico
2 – Liceo Scientifico Tecnologico
1 – Liceo Socio-PsicoPedagogico
Le finestre di ogni piano naturalmente erano parallele, questo significa che la finestra direttamente sotto una classe del linguistico era dello scientifico, e quella sotto la classe dello scientifico era del pedagogico.
Quindi, sotto la mia finestra, in parallelo, c’era una classe del pedagogico.
Quella mattina non ero andato a scuola con mia madre, quindi non sapevo nemmeno che lei ci fosse.
Non mi ero mai fatto problemi a fare casino a scuola, in fondo io stavo su un altro piano.
Bene, ora scoperta, senza supplente, si fa casino.
Io, annoiandomi giustamente, comincio a lanciare cose dalla finestra, che dava, fra l’altro, sull’entrata principale della scuola, nonchè fosse esattamente sopra ad una classe del pedagogico.
Il casino degenera. Ero partito con una penna di un mio compagno, poi si era arrivati al cappellino, poi cartella, poi libro del compagno di banco.
Il mio compagno di banco si chiamava Gianvito, come me.
Lui non c’entrava niente. Solo che una mia vittima, vedendo che sul suo libro c’era scritto Gianvito… vabbè.
Quel giorno avevamo fatto educazione fisica, di conseguenza avevamo nei rispetivi zaini i panni per giocare a calcetto: tutti avevano la maglietta, io avevo anche scarpe, parastinchi, pantaloncini, canottiera e calzini.
Cominciano a volare queste maglie dalla finestra, è una catena di dispetti, finchè la mia vittima preferita non prende il mio zaino, lo svuota, e ne butta tutto il contenuto dalla finestra.
Rimane un calzino sul bordo, ma un mio compagno lo buttà giù per solidarietà.
Ok, visto che Rubino era il proprietario del maggior numero di indumenti al suolo, Rubino scende a prendere tutto.
Intanto molte classi avevano smesso di fare lezione, a mia insaputa: le classi di sotto ridevano perchè vedevano panni scendere dalla finestra, le altre classi invece si godevano il panorama con il vento che faceva svolazzare i panni a destra e a manca. I professori avevano protestato, il preside aveva mandato un bidello a controllare. Il bidello scende al suolo, aspettando il proprietario dei panni.
Io esco dalla mia classe e mi porto Gianvito per solidarietà, anche se lui non c’entrava niente, perchè non mi andava di fare una figura di merda da solo davanti la scuola. Imbocco le scale di emergenza, esterne, ed incrocio mia madre.
Era incazzata nera.
Io invece sorridevo.
Ci ignoriamo l’un l’altro, facendo finta di niente. Non sapevo perchè saliva lei, non sapeva perchè scendevo io.
Scendo giù, tutti i professori affacciati… e la classe sotto la mia, stranamente scoperta, appena mi vede scoppia in un boato. Li ignoro, ero troppo impegnato a fare la bella figura. Il bidello vigila. Gianvito mi da supporto morale, ma non mi aiuta praticamente.
Quando ho raccolto tutti i panni, sento delle urla provenire dalla finestra della mia classe. Una voce stridula femminile.
“IO VORREI SAPERE CHI CAZZO è QUESTO IDIOTA CHE BUTTA I PANNI DALLA FINESTRA!”
“MI DITE CHI CAZZO è QUESTO STRONZO? CHI è QUESTO STRONZO? CHI è?”
In mente mia: “Oh Cazzo!”
Allorchè noto una persona che scorge dalla finestra della mia classe, e la riesco a vedere fino alle ginocchia. Era mia madre. Era salita su una sedia vicino la finestra, quasi come per buttarsi giù. Mi vede. Ma non mi riconosce.
“ECCOLO LO STRONZO! LO VEDETE? QUELLO è LO STRONZO!”, prosegue urlando, “A FESSA RI MAMMATA! QUANN T’ANGAPPO T’ABBOTTO RI SCAFFI!”
Risate generali a scuola.
Io, conscio del pericolo, provo a rientrare dal portone principale, più largo, quindi con più possibilità di fuggire.
Ma niente: il bidello me lo impedisce, piazzato tipo bodyguard mi guarda e mi fa: “Mo so cazzi toi!”.
Bene, imbocco le scale di emergenza, con la vana speranza di percorrerle prima della strega e sfuggirle, con Gianvito a mio seguito. Ma niente: arrivati a metà percorso, la incrocio.
Lei mi riconosce.
La rabbia è alle stelle, non ho scampo.
Tento il tutto per tutto: stringo a me l’enorme ammasso di panni che avevo in mano, e, come se fossi un giocatore di rugby, tento di sfuggire di peso.
Ce la faccio, lei mi colpisce solo di striscio.
Gianvito, intanto, spavaldo del pericolo, conscio della sua innocenza, prosegue normalmente la camminata.
Mia madre lo prese e sfogò la sua ira: calci e pugni sul malcapitato.

Io e mia madre non ci siamo parlati per una settimana.

Giusto o sbagliato?

I concetti di giusto e sbagliato sono relativi?
Questo non possiamo saperlo, in quanto sappiamo solo cosa è giusto o sbagliato per noi, ma non possiamo avvalerci della presunzione di poter dire cosa pensano e provano gli altri. Perciò, il discorso che farò, è qualcosa di strettamente legato alle mie esperienze e alla mia psicologia.
Qualcosa, a mio avviso, è giusta nel momento in cui io, dopo che l’ho fatta, non me ne pento, anzi posso addirittura vantarmene. Se non me ne vanto mi è indifferente. Se me ne pento è sbagliata. Allora dipende da ciò che provo? In effetti penso proprio di si.
I sensi di colpa sono comunemente visti come conseguenze dei nostri comportamenti; essi, infatti, secondo la logica comune, interverrebbero nel momento in cui facciamo qualcosa di “sbagliato”. Ma come facciamo a giudicare cosa è sbagliato? Nulla è certo. L’educazione che ci è stata data, anche se in minima parte, viene rigettata, rifiutata, riformulata e riproposta. Per cui, non possiamo certo dire che è giusta in assoluto. La religione? Anche per chi crede questa rimane un’incognita: è difficile trovare una religione che rispecchia e abbraccia la nostra personalità ed i nostri principi etici, per cui, anche quest’ultima viene in parte rigettata; può anche accadere che la si subisca passivamente, ma accettare qualcosa senza approvarla non certifica certo quanto questa cosa sia giusta. Allora rimane solo la nostra etica, la quale spesso può andare contro la religione e la legge (rubare: se si sa di rubare a chi ha così tanto che nemmeno se ne accorgerà di quel minimo che gli è stato sottratto, non ci sentiremo in colpa, nè religiosamente, nè eticamente, nè legalmente ci verrà mai in testa di costituirci per una cosa così relativamente insignificante). Ma sull’etica, che penso sia usata come legge di vita da quasi tutte le persone aperte di mente, è giusto basarci? Diciamo che si va per esclusione e rimane l’unica alternativa valida. Infatti l’unica cosa pura, certa e diretta che possiamo percepire sono i nostri sentimenti, fra i quali i sensi di colpa. In tutti i casi i sentimenti rispecchiano ciò che veramente vogliamo e ciò che crediamo giusto o viceversa.
Prendiamo i sensi di colpa: se ci basiamo sull’etica, facciamo affidamento sulle nostre sensazioni, per cui ci basiamo sui sentimenti, quindi i sensi di colpa: se ci sentiamo in colpa abbiamo sbagliato, se ci sentiamo bene siamo nel giusto.  Allora i sensi di colpa non sono conseguenze, bensì sono i cardini di ciò che è giusto e che è sbagliato. Ogni volta che agiremo penseremo al dopo, e alle nostre eventuali sensazioni. In base a queste sensazioni facciamo esperienze e capiamo cosa sarebbe meglio ripetere, cosa ne vale la pena, a seconda di quanto ci stiamo bene e male.
Rimane solo da capire se le nostre coscienze sono tutte uguali, ma questa è una cosa molto difficile, perchè tanti sono i motivi che potrebbero portare una persona a rispondere non sinceramente su una domanda sulla propria coscienza. Tuttavia penso che grossomodo tutti noi esseri umani, tranne quelli celebrolesi, ci assomigliamo nella nostra coscienza, soprattutto in situazioni estreme, e siamo portati a prendere decisioni uguali (istintivamente). Peccato che in molti la razionalità prenda il sopravvento, e spesso la razionalità non rispecchia il significato del vocabolo che la rappresenta.
I sentimenti sono dati da un numero elevato di motivazioni. Di queste motivazioni il cervello ne riesce ad assimilare relativamente poche. In base a quelle poche motivazioni si fanno ragionamenti “razionali”, nel senso che ci si basa su motivazioni comprese; quelle incomprese, insieme a quelle razionali, vanno a comporre ciò che chiamiamo “sentimenti”. L’effetto dei sentimenti ci è ben chiaro, e ci aiuta a prendere decisioni, mentre la maggior parte delle motivazioni non ci è chiara. L’essere umano è per natura ambizioso e presuntuoso, assetato di conoscenza, per cui spesso, quando non riesce a realizzare il perchè prova qualcosa, da cosa quella sensazione gli sia data, preferisce pensare che sia qualcosa di trascurabile, semplicemente perchè non ne riesce a trovare un filo logico.
Niente di più sbagliato.

Ficcare la lingua in bocca

Suscita molto interesse guardare il mondo con gli occhi di un alieno, e per alieno intendo una persona estranea al nostro contesto e alle nostre abitudini.
Ogni tanto mi soffermo a pensare a quanto ci piace baciare, nonostante non abbiamo recettori del piacere sulla lingua.
Centrerà qualcosa con la neurobiologia, proabilmente, perchè comunque proviamo piacere a ficcare la lingua nella bocca del soggetto desiderato; e descritto in questi termini può sembrare una cosa squallida, stupida e semplice. In realtà è un gioco mentale molto approfondito, tant’è vero che non è mica facile ficcare la lingua nella bocca di chi si desidera.
Il sesso è più comprensibile in quanto è un piacere estremamente fisico e notoriamente tangibile; ma il bacio?
Il bacio è l’espressione psicologica della vittoria di un gioco sociale che si instaura con un obbiettivo, selezionato in base a criteri personali quale, soprattutto, l’estetica.
La discoteca è uno stadio per giocatori del genere, dove le persone si recano non per fare sesso, perchè l’ambiente non lo consente, ma per ficcare la lingua in bocca a più prede possibili, per poi vantarsene con i loro simili.
Esistono persone che sentono il bisogno di ficcare la lingua in bocca ad un estraneo, mentre sono fidanzate con qualcun’altro; buffo pensare che certa gente è capace di tradire la fiducia del proprio partner per un piacere psicologico.
Poi ci sta il gioco della bottiglia, dove il gioco si decide in base alla fortuna, e così anche relative prede e predatori.
Insomma, noi esseri umani troviamo gratificante inserire la nostra lingua nelle cavità orali altrui, questo ci compiace e ci fa sentire meglio, nonostante non ci sia nessun piacere fisiologico annesso. 
Ancor più interessante notare come perda per noi esclusività il bacio quando si tratta di ficcare la lingua in bocca al nostro partner, in quanto già sappiamo che ce la fa ficcare.